domenica 31 ottobre 2010

le bolle mondi

Ci sono le mega bolle-mondi, quelle che raccolgono universi interi e sconosciuti, che regalano dinamiche ancora a noi ignote, il cosmo, i suoi misteri, le nostre fantasie para-scientifiche… alpha, beta, gamma, odissea nello spazio, star trek ecc … poi ci sono le grandi bolle-mondi sulla terra a noi conosciuta, sono quelle che regolano l’economia, la politica, la finanza, che gestiscono la vita di noi comuni mortali, che ci fanno andare avanti, anche se non capiamo, che ci fanno votare, incazzare, dividere, unire senza capirne il senso. Ci sono le medie bolle-mondi, che sono la famiglia, la scuola, il lavoro, che regolano il nostro quotidiano, che ogni giorno ci fanno volare nella direzione giusta, dove soffia il vento, ci fanno alzare la mattina con un obiettivo, con la fiducia in noi stessi o col perenne senso d’insoddisfazione. Questo però non si discute mai. Infine ci sono le piccole bolle-mondi (o sotto-bolle, sotto-mondi) che sono le bolle che ognuno soffia sopra la propria testa per partire, per farsi un giro, per uscire dalle grandi e medie bolle-mondi, quasi mimetizzandosi. Queste piccole bolle-mondi, si trovano nelle piccole cose e occupano un piccolo spazio, o almeno lo crediamo. In queste piccole bolle-mondi in realtà c’è tutto quello che vogliamo, che sogniamo, che desideriamo ... nell’attimo in cui le soffiamo per viaggiare via, per creare un distacco dalle cose, in realtà ci perdiamo in esse. Forse in queste piccole bolle mondo ci salviamo. A volte però, anche se questi spazi sono esigui, spesso non vengono concessi. Forse fanno più paura delle grandi bolle-mondi! Chissà perché?

La continua meraviglia
Se non avessi questo corpo, sarei aria. Aria perché son convinta che qualcosa sarei pur di trovarmi qui. Aria e vento o fuoco e vento, oppure acqua. Certi giorni penso: terra. Terra lo sarò un giorno. Sarà per la mia deformazione, ma tutto mi sfugge. Ieri pensavo:«Come vivere per sentire la presenza di tutti i giorni?». Tutto mi sfugge. Psicosomatico dice il medico, un blocco che ha cominciato con attanagliarmi il cuore, un peso che mi impediva di respirare, poi il blocco ha colpito la muscolatura le braccia le mani. Un intervento d’urgenza ha permesso la mia sopravvivenza. Respiro ancora, ma non ho più l’uso delle mani. Un compromesso. Ho le gambe e la testa per viaggiare, la voce e gli occhi per conoscere il mondo. La pelle che protegge, contiene e separa me dagli altri. Molti lamentano di aver perduto la memoria io sono tra i pochi ad aver perso l’uso delle mani. Tutto lucido perfetto fino a quel giorno: studiavo arte all’accademia, secondo anno. Durante la lezione di figura dal vero lavoravamo su grandi cavalletti di legno, il corpo della modella in lingerie sulla pedana al centro della stanza, stava seduta girata sulla sedia, a gambe aperte poggiando i gomiti sullo schienale e la testa sui gomiti, guardava fuori attraverso le ampie vetrate sul lato della stanza. Fuori nel piazzale gruppi di ragazzi parlavano e scherzavano tra loro, li vedevo bene dal fondo della classe in cui mi trovavo. Il sole, filtrando attraverso il verde degli alberi disegnava pozze di luce sul ghiaietto investendo tutto di pace e bellezza. Avevo 22 anni, il mondo e la vita ai miei piedi. Se mi guardo allo specchio scopro di riuscire a nasconder il mio difetto anche a me stessa, ho continuato a dipingere ed oggi le mie grandi tele si trovano in molte case e in numerose gallerie. Ho il mio successo. Attraverso il sistema di fissaggio chimico che ho inventato riesco ad impressionare la tela con il pensiero e gli occhi, scatto la fotografia alle mie idee, al mio mondo inventato fatto di colori e forme, le offro per guadagnarmi uno stipendio, sento di aver fatto molto per me e di aver trovato un sistema per mantenere un contatto con tutti quei mondi fuori senza che questo mi soffochi, li tengo a distanza. Il mio psicoterapeuta dice che ho fatto grandi progressi, lui percepisce dei lievi allentamenti nelle mie tensioni, ho trovato una situazione di equilibrio trasferendo le mie ansie sulla tela. So di esser ancora molto lontana da me stessa. Lo so, per la semplice ragione che mi so lontana da tutto ciò che può ferirmi. E tutto ciò è una continua meraviglia.

...e la dimensione ritrovata
Prima che gli errori di alcuni mi facessero traslocare in una bolla-mondo sensibile, cambiassero le mie abitudini e mi regalassero capacità che sanno di miracoloso, mi rivedo bambina giocare in quella bolla-mondo di periferia dove i rumori erano vita e la felicità si conquistava giorno per giorno con la spensieratezza. I più grandi mi raccontavano che la comunità di cui facevamo parte aveva la sembianza di una galassia formata da bolle-mondi di diversa grandezza, una vicino all’altra seminate fino all’orizzonte invisibile che è l’infinito."Perché ogni uomo è un mondo a sé, uno diverso dall’altro" sentivo ripetere, ma io non capivo cosa volessero significare. Quanti bolle-mondi potevano esistere? provavo a immaginare ma ero consapevole che il cervello non poteva elaborare quel tipo di calcolo e la mia coscienza rinunciava all'impresa. A stabilire dove abitare, l’assegnazione della tua dimensione, non la decideva sempre qualcuno in particolare ma il sistema nato e sviluppatosi tempo addietro. C’è chi azzarda che sia stato impostato alla nascita dell’uomo che aveva deciso che tutto ciò che si vedeva doveva essere gerarchizzato. Con il tempo – e lo studio continua ancora oggi – si è pensato di catalogare e gerarchizzare anche i sentimenti e il pensiero: a quale bolla-mondo si appartiene. Ora che vivo con un cuore più leggero, meno attanagliato da motivi egoistici, so che il centro vitale può spegnersi in ogni momento, le pulsioni fermarsi di colpo e l’energia degli atomi trasferirsi chissà dove, arrivare inattesa in qualsiasi bolla-mondo. Questo si dovrebbe capire e non aspettare compromessi, somatizzazioni o metabolizzazioni; sapere che una specie di ‘virus’ può attaccarti in qualsiasi momento senza tener conto della tua volontà, il ‘virus’ di una bolla-mondo che ha deciso di farti del male per i più disparati motivi. Oltre all’arte questo è l’altro mio pensiero importante: stare lontano dalle bolle malate affinché continui la meraviglia nello specchiarmi per immaginare solo il bello e il bene senza deformazioni perché concetti assoluti. Ho appreso che esistono bolle-mondi del tempo, linee infinite come binari fatte di segmenti, ognuno diverso dall’altro, ognuno irripetibile nei quali ho ritrovato la presenza del tempo nel mio mondo e tornare a diventare me stessa, di nuovo… ‘qualcosa’.

… un mondo di palline nascosto nella testa
Pazza, è pazza. Se ripenso a tutto il tempo che ho perso con lei. Una follia ossessiva. Perché non l’ho capito subito? Rischiavo di farmi trascinare anche io in quel vortice di assurdità! Come le chiamava ? bolle-cosa? … Mondi! Bolle-mondi!
All’inizio mi affascinava quella che credevo fosse una metafora, un’allegoria, un simbolo con cui voleva descrivere … che cosa? Non capivo bene. Evocava mentre parlava. Sognava e io sognavo con lei, ma poi mi è stato chiaro che per lei era il mondo reale! La bolla intorno a lei c’era davvero. A volte muoveva le mani nell’aria come se la sentisse. Le dita si muovevano intorno alla circonferenza di cui lei era il centro e accarezzavano una superficie che solo i suoi occhi potevano vedere. “Un gioco - ho pensato- E’ solo un gioco infantile”.
E invece quando discutevamo si chiudeva lì dentro e pretendeva di non sentirmi, la bolla diventava una barriera impenetrabile. Non potevo raggiungerla, secondo lei. All’inizio ho provato ad assecondarla, ma quando, esasperato, ho allungato una mano afferrandole il braccio senza incontrare la resistenza di nessuna barriera mi ha guardato con gli occhi sbarrati come fossi un essere straordinario e feroce che penetrava il suo spazio privato e inviolabile.
Che pazzia, che follia! Ma come si fa a pensare che la vita possa essere organizzata in bolle? Che assurdità! Come si fa a non capire, invece, che ognuno di noi è inserito nel suo cubo-vita che fa parte di un cubo-vita più grande che a sua volta …

... e s'inizia a volare
Era una bella giornata di sole, così settimana scorsa ho deciso di andare al mare. Ho preparato la borsa con costume, asciugamano, acqua, panino, crema abbronzante e ombrellone. Sulla litoranea tanto traffico, qualcun altro oltre a me aveva avuto la stessa idea. Ho acceso la radio e atteso pazientemente lo scorrimento della fila. Finalmente il mare. Trovare parcheggio è stato impegnativo ma non impossibile. Finalmente la sabbia. Ho posato la sacca, fatto la buca per l’ombrellone, mi sono spogliata, steso l’asciugamano, messa la crema e mi sono sdraiata. Finalmente il sole sulla pelle. Un piacere squisito, un godere sottile.
Ad un certo punto ho sentito qualcosa che mi rimbalzava sulla coscia. Mi sono distratta dal tepore, guardato sull’asciugamano, niente, solo granelli di sabbia. Rimessa in sintonia col sole, dopo pochi istanti ho sentito nuovamente un colpetto sulla gamba. Mi sono rialzata faticosamente ma ho visto solo una piccola pallina trasparente. Me l’aveva tirata qualche bambino? Gettata via ho preso gli occhiali dalla borsa e mi sono ricoricata sul telo. Tac! Di nuovo quella cosa sulla coscia, cominciavo a scocciarmi. Mi sono rimessa seduta ma quella volta la pallina era più grande, come una di quelle da tennis. Mi sono guardata attorno, senza vedere però alcun bambino. Ho preso la pallina, mi sono incamminata fino alla riva e l’ho lanciata in mare. Tornando ho preso la bottiglietta dalla sacca e bevuto un goccio d’acqua alla frescura del mio ombrellone.

Mentre stavo rimettendo la bottiglia a posto ho sentito un colpo forte al braccio. Quella pallina da tennis era diventata un pallone da calcio, sempre completamente trasparente. A quel punto ho urlato: - Adesso basta però con questi scherzi!-, e ho tirato un calcio forte al pallone facendolo sparire dietro alle cabine. Mi sono rimessa al sole, quando sulla pancia mi è caduta una palla grande come una ruota di camion, sempre trasparente. L’ho osservata con un po’ più di attenzione tenendola tra le mani, quando questa è schizzata via volando come colpita da un forte colpo di vento. Senza scompormi più di tanto mi sono calata gli occhiali sugli occhi e rimessa al sole. Dopo un po’ ho cominciato a sentire un solletico sul dorso dei piedi e spaventata mi sono alzata di scatto. Davanti a me c’era una palla enorme, alta come un essere umano. Ho cacciato un urlo indietreggiando. La palla, che a quel punto sembrava un’enorme bolla mi si è avvicinata, io ho arretrato ancora, lei si è avvicinata nuovamente, io mi sono diretta all’ombrellone, lei mi ha seguito. Ho cominciato a correre verso la riva, lei sempre dietro, sono scappata a ridosso delle cabine ma la bolla non mi perdeva di vista. Dopo una decina di minuti di inseguimento, unito a sano terrore, ho capito che stava giocando a moscacieca. Mi sono diretta all’asciugamano aspettando un suo inseguimento, quando improvvisamente l’ho vista rimanere immobile. Cosa le era successo? Stanca di giocare? Sono tornata indietro e ho provato a toccarla, lei si è scansata. Ho provato a riavvicinarmi, ma lei è scappata di nuovo via. Ho iniziato ad inseguirla ma lei nulla, non si faceva prendere. Ad un certo punto mi sono fermata esausta e col fiatone. Anche lei s’è fermata. Allora mi sono accostata piano piano, quella volta non vedendola fuggire. Arrivata vicino, con un movimento lento ho poggiato sulla sfera il palmo della mia mano …

Lei era tiepida, emanava un leggero calore, piacevole, come prima i raggi del sole sulla pelle. Non sembrava né di plastica, né di gomma, non riuscivo a capire di quale materiale fosse composta. Non era né morbida, né dura. Era come la volevo vedere e sentire sotto i miei polpastrelli. L’ho accarezzata a lungo cercando di capire se avesse delle giunture, oppure delle aperture, nulla. L’ho rotolata per qualche metro, era mansueta sotto le mie mani, si faceva fare tutto senza ribellarsi. La percepivo come se fosse viva. Stava entrando in rapporto con me, mi stava accogliendo. Provai una strana sensazione, come se tutto ciò non mi fosse per nulla estraneo. Sentii una forte attrazione. Ad un certo punto ho notato che sotto aveva una piccola rientranza che mi era sfuggita, l’ho osservata attentamente, sembrava una maniglia. Provai a forzarla un po’ e si aprì. Non potevo resistere, ero attratta dal suo interno che sprigionava una sensazione di quiete e sono entrata. Dentro era bellissimo, galleggiavo nella bolla come se ci fosse dell’acqua, acqua vitale, rigenerante, calma. Poi riprendendomi dallo shock e dall’incredulità ho provato ad uscire, ma la maniglia era sparita. Toccai dall’interno ogni punto della bolla ma nulla, non c’era più una via d’uscita, ho cominciato ad urlare, volevo andare fuori, non rimanere imprigionata per sempre, ho continuato per ore, ho pianto, mi sono disperata, ma lei non mi apriva più nessun varco. Esausta mi sono accasciata sul fondo, mi sono sdraiata su un fianco avvicinando le ginocchia al viso, ho abbracciato le mie gambe e mi sono addormentata.

Ancora adesso sono al suo interno, sto volando sopra la città, vicino alle nuvole, ma sto bene, non ho paura. Sto vivendo e viaggiando indisturbata nella mia bolla-mondo. Non sento il desiderio di tornare giù. No, no...non ci torno più.
Finalmente la pace.

La collana si rompe …
«Tutto mi sfugge, le persone, i giorni, i pensieri, le emozioni fredde e quelle calde, i sogni, il domani come i ricordi, la voce e le parole».
«Le parole … la voce tutto ti sfugge, ne sei sicura? ».
«Si. Credo di si».
«Il ricordo più lontano di questa sensazione».
«Ero molto piccola, chiamavo mia madre nella notte e non rispondeva, poi chiamavo mio padre e non rispondeva. Ho pensato che fossero morti!».
«Cosa sapevi della morte?».
«Non so neanche se sapessi cosa volesse dire. Ricordo un dolore ed un angoscia profondissima la voce scivolava, i pensieri scivolavano. La mia voce, sola, scivolava nel buio. Poi ho pensato che non rispondevano perché io ero morta. Io li avevo abbandonati. Mi sono tranquillizzata e mi sono svegliata qui in questa bolla».
«Cosa stai facendo? Vedo delle piccole perle colorate e un filo.»
«Oh! Le hai notate? Sono perline, guarda ne ho di tutti i tipi e colori. Sto preparando una collana, sceglierò ed infilerò una perlina per ogni persona che conosco e conoscerò.»
«Perché lo fai?»
«Per ricordarle anche se scivoleranno via, peseranno sul mio collo così saprò che ci sono.»
«Ne sceglierai una anche per me?»
«Una per te l’ho già scelta. Vedi questa cangiante sui toni del mare?»
«Trovo sia molto femminile, mi vedi femminile?»
«Sei gentile, non sei femminile! Non ti piace? Io l’ho scelta perché mi ricordava te il tuo modo di essere mi dispiace che non ti piaccia.»
«Ferma! Che fai?»
«La rompo! ecco le libero tutte, tutte! Ah, ah , ah , ah tutte libere!»
«Era bella è un peccato, guarda stanno rimbalzano e corrono ovunque.»
«Sentivo che pesavano troppo sul collo! Qui nella mia bolla niente deve pesare, niente neanche il dolore!»

...e la moltiplicazione delle bolle-mondi
Le bolle-mondi andavano e venivano, un transitare sempre più fitto con l’aumentare delle ore. Grandi e meno grandi, alcune piccolissime sembravano galleggiare nell’aria accompagnate dalle più grandi che quasi le trascinavano per incitarle a procedere speditamente. Altre avevano deciso di fermarsi, altre di cominciare la giornata da dove l’avevano iniziata: immobili, nonostante urti e sfregamenti, restavano a guardare quel mondo in cui ci vivevano per modo di dire, un mondo al quale non si sentivano di appartenere. Per loro era questa la felicità: non uscire dalla propria bolla e non entrare in quella di altri; una decisione presa molto tempo prima da alcuni per paura di non saper gestire la crescita della propria bolla, da altri con la consapevolezza di fare una precisa scelta di vita per dedicarsi alla meditazione, al trascendentale.

Finita la bella stagione e le vacanze, certi comportamenti si notavano di più. Ogni mattina, proprio all’angolo sotto casa, immancabilmente c’era lei. Pochi passi sul marciapiede, unavantieindrè in pochi metri e quel gesticolare che non si capiva bene se volesse essere l’accompagnamento di ragionamenti o la presunta gestione di un traffico che solo lei veicolava nella propria mente. Ebbi timore di avvicinarla ma, dopo i primi accenni di sorriso di lei, il suo viso rilassato, cercai di entrare in confidenza e cominciai a salutarla. Inizialmente neanche rispondeva anzi, restava a guardarmi con meraviglia, appariva incredula. Poi, dopo qualche giorno iniziò a ricambiare il saluto fino a che capii che si fidava dello sconosciuto. E’ così che venni a sapere della sua scelta di estraniarsi da tutto, di non venire in contatto con altre bolle-mondi ma di selezionarne alcune. Non le piaceva una socializzazione di massa perché credeva di essere un dio al femminile, una dea dell’universo mentre l’umanità che non sentiva in sintonia, lo scarto dello stesso. E’ ovvio che ci rimanessi male e mi chiesi se fosse una convinzione presa nel pieno delle sue facoltà mentali o nella presunzione di essere la mejo, come dicevano in una grande città non molto lontana. E ci rimasi male anche quando non la vidi più fino a sentire la mancanza di quell’incontro quotidiano, abitudinario. Avrei voluto scavare per comprendere meglio una mentalità così distorta. Chissà dove era finita, pensai: forse in una struttura dove controllavano la sfericità delle nostre bolle?

Il tempo sana ogni brutta cosa e fu proprio nello stesso luogo che la incontrai in una bolla che desiderai subito perforare per venirne in contatto, per meglio conoscere. Un colpo di fulmine - una saetta per colpire più volte il suo cuore - e con lei immaginai un enorme bolla-famiglia piene di bollicine che sarebbero state il futuro di questi folli bolle-mondi.

venerdì 1 ottobre 2010

le bolle mondi

Le bolle mondi
Ci sono le mega bolle-mondi, quelle che raccolgono universi interi e sconosciuti, che regalano dinamiche ancora a noi ignote, il cosmo, i suoi misteri, le nostre fantasie para-scientifiche… alpha, beta, gamma, odissea nello spazio, star trek ecc … poi ci sono le grandi bolle-mondi sulla terra a noi conosciuta, sono quelle che regolano l’economia, la politica, la finanza, che gestiscono la vita di noi comuni mortali, che ci fanno andare avanti, anche se non capiamo, che ci fanno votare, incazzare, dividere, unire senza capirne il senso.Ci sono le medie bolle-mondi, che sono la famiglia, la scuola, il lavoro, che regolano il nostro quotidiano, che ogni giorno ci fanno volare nella direzione giusta, dove soffia il vento, ci fanno alzare la mattina con un obiettivo, con la fiducia in noi stessi o col perenne senso d’insoddisfazione. Questo però non si discute mai.Infine ci sono le piccole bolle-mondi (o sotto-bolle, sotto-mondi) che sono le bolle che ognuno soffia sopra la propria testa per partire, per farsi un giro, per uscire dalle grandi e medie bolle-mondi, quasi mimetizzandosi. Queste piccole bolle-mondi, si trovano nelle piccole cose e occupano un piccolo spazio, o almeno lo crediamo. In queste piccole bolle-mondi in realtà c’è tutto quello che vogliamo, che sogniamo, che desideriamo ... nell’attimo in cui le soffiamo per viaggiare via, per creare un distacco dalle cose, in realtà ci perdiamo in esse. Forse in queste piccole bolle mondo ci salviamo. A volte però, anche se questi spazi sono esigui, spesso non vengono concessi. Forse fanno più paura delle grandi bolle-mondi! Chissà perché?

La continua meraviglia
Se non avessi questo corpo, sarei aria. Aria perché son convinta che qualcosa sarei pur di trovarmi qui. Aria e vento o fuoco e vento, oppure acqua. Certi giorni penso: terra. Terra lo sarò un giorno.Sarà per la mia deformazione, ma tutto mi sfugge. Ieri pensavo:«Come vivere per sentire la presenza di tutti i giorni?». Tutto mi sfugge. Psicosomatico dice il medico, un blocco che ha cominciato con attanagliarmi il cuore, un peso che mi impediva di respirare, poi il blocco ha colpito la muscolatura le braccia le mani. Un intervento d’urgenza ha permesso la mia sopravvivenza. Respiro ancora, ma non ho più l’uso delle mani. Un compromesso. Ho le gambe e la testa per viaggiare, la voce e gli occhi per conoscere il mondo. La pelle che protegge, contiene e separa me dagli altri. Molti lamentano di aver perduto la memoria io sono tra i pochi ad aver perso l’uso delle mani. Tutto lucido perfetto fino a quel giorno: studiavo arte all’accademia, secondo anno. Durante la lezione di figura dal vero lavoravamo su grandi cavalletti di legno, il corpo della modella in lingerie sulla pedana al centro della stanza, stava seduta girata sulla sedia, a gambe aperte poggiando i gomiti sullo schienale e la testa sui gomiti, guardava fuori attraverso le ampie vetrate sul lato della stanza. Fuori nel piazzale gruppi di ragazzi parlavano e scherzavano tra loro, li vedevo bene dal fondo della classe in cui mi trovavo. Il sole, filtrando attraverso il verde degli alberi disegnava pozze di luce sul ghiaietto investendo tutto di pace e bellezza. Avevo 22 anni, il mondo e la vita ai miei piedi.Se mi guardo allo specchio scopro di riuscire a nasconder il mio difetto anche a me stessa, ho continuato a dipingere ed oggi le mie grandi tele si trovano in molte case e in numerose gallerie. Ho il mio successo. Attraverso il sistema di fissaggio chimico che ho inventato riesco ad impressionare la tela con il pensiero e gli occhi, scatto la fotografia alle mie idee, al mio mondo inventato fatto di colori e forme, le offro per guadagnarmi uno stipendio, sento di aver fatto molto per me e di aver trovato un sistema per mantenere un contatto con tutti quei mondi fuori senza che questo mi soffochi, li tengo a distanza. Il mio psicoterapeuta dice che ho fatto grandi progressi, lui percepisce dei lievi allentamenti nelle mie tensioni, ho trovato una situazione di equilibrio trasferendo le mie ansie sulla tela. So di esser ancora molto lontana da me stessa. Lo so, per la semplice ragione che mi so lontana da tutto ciò che può ferirmi. E tutto ciò è una continua meraviglia.

...e la dimensione ritrovata
Prima che gli errori di alcuni mi facessero traslocare in una bolla-mondo sensibile, cambiassero le mie abitudini e mi regalassero capacità che sanno di miracoloso, mi rivedo bambina giocare in quella bolla-mondo di periferia dove i rumori erano vita e la felicità si conquistava giorno per giorno con la spensieratezza. I più grandi mi raccontavano che la comunità di cui facevamo parte aveva la sembianza di una galassia formata da bolle-mondi di diversa grandezza, una vicino all’altra seminate fino all’orizzonte invisibile che è l’infinito."Perché ogni uomo è un mondo a sé, uno diverso dall’altro" sentivo ripetere, ma io non capivo cosa volessero significare.Quanti bolle-mondi potevano esistere? provavo a immaginare ma ero consapevole che il cervello non poteva elaborare quel tipo di calcolo e la mia coscienza rinunciava all'impresa. A stabilire dove abitare, l’assegnazione della tua dimensione, non la decideva sempre qualcuno in particolare ma il sistema nato e sviluppatosi tempo addietro. C’è chi azzarda che sia stato impostato alla nascita dell’uomo che aveva deciso che tutto ciò che si vedeva doveva essere gerarchizzato. Con il tempo – e lo studio continua ancora oggi – si è pensato di catalogare e gerarchizzare anche i sentimenti e il pensiero: a quale bolla-mondo si appartiene. Ora che vivo con un cuore più leggero, meno attanagliato da motivi egoistici, so che il centro vitale può spegnersi in ogni momento, le pulsioni fermarsi di colpo e l’energia degli atomi trasferirsi chissà dove, arrivare inattesa in qualsiasi bolla-mondo. Questo si dovrebbe capire e non aspettare compromessi, somatizzazioni o metabolizzazioni; sapere che una specie di ‘virus’ può attaccarti in qualsiasi momento senza tener conto della tua volontà, il ‘virus’ di una bolla-mondo che ha deciso di farti del male per i più disparati motivi. Oltre all’arte questo è l’altro mio pensiero importante: stare lontano dalle bolle malate affinché continui la meraviglia nello specchiarmi per immaginare solo il bello e il bene senza deformazioni perché concetti assoluti. Ho appreso che esistono bolle-mondi del tempo, linee infinite come binari fatte di segmenti, ognuno diverso dall’altro, ognuno irripetibile nei quali ho ritrovato la presenza del tempo nel mio mondo e tornare a diventare me stessa, di nuovo… ‘qualcosa’.

… un mondo di palline nascosto nella testa.
Pazza, è pazza. Se ripenso a tutto il tempo che ho perso con lei. Una follia ossessiva. Perché non l’ho capito subito? Rischiavo di farmi trascinare anche io in quel vortice di assurdità! Come le chiamava ? bolle-cosa? …Mondi! Bolle-mondi!
All’inizio mi affascinava quella che credevo fosse una metafora, un’allegoria, un simbolo con cui voleva descrivere … che cosa? Non capivo bene. Evocava mentre parlava. Sognava e io sognavo con lei, ma poi mi è stato chiaro che per lei era il mondo reale! La bolla intorno a lei c’era davvero. A volte muoveva le mani nell’aria come se la sentisse. Le dita si muovevano intorno alla circonferenza di cui lei era il centro e accarezzavano una superficie che solo i suoi occhi potevano vedere. “Un gioco - ho pensato- E’ solo un gioco infantile”.
E invece quando discutevamo si chiudeva lì dentro e pretendeva di non sentirmi, la bolla diventava una barriera impenetrabile. Non potevo raggiungerla, secondo lei. All’inizio ho provato ad assecondarla, ma quando, esasperato, ho allungato una mano afferrandole il braccio senza incontrare la resistenza di nessuna barriera mi ha guardato con gli occhi sbarrati come fossi un essere straordinario e feroce che penetrava il suo spazio privato e inviolabile.
Che pazzia, che follia! Ma come si fa a pensare che la vita possa essere organizzata in bolle? Che assurdità! Come si fa a non capire, invece, che ognuno di noi è inserito nel suo cubo-vita che fa parte di un cubo-vita più grande che a sua volta…

... e s'inizia a volare
Era una bella giornata di sole, così settimana scorsa ho deciso di andare al mare. Ho preparato la borsa con costume, asciugamano, acqua, panino, crema abbronzante e ombrellone. Sulla litoranea tanto traffico, qualcun altro oltre a me aveva avuto la stessa idea. Ho acceso la radio e atteso pazientemente lo scorrimento della fila. Finalmente il mare. Trovare parcheggio è stato impegnativo ma non impossibile. Finalmente la sabbia. Ho posato la sacca, fatto la buca per l’ombrellone, mi sono spogliata, steso l’asciugamano, messa la crema e mi sono sdraiata. Finalmente il sole sulla pelle. Un piacere squisito, un godere sottile.

Ad un certo punto ho sentito qualcosa che mi rimbalzava sulla coscia. Mi sono distratta dal tepore, guardato sull’asciugamano, niente, solo granelli di sabbia. Rimessa in sintonia col sole, dopo pochi istanti ho sentito nuovamente un colpetto sulla gamba. Mi sono rialzata faticosamente ma ho visto solo una piccola pallina trasparente. Me l’aveva tirata qualche bambino? Gettata via ho preso gli occhiali dalla borsa e mi sono ricoricata sul telo. Tac! Di nuovo quella cosa sulla coscia, cominciavo a scocciarmi. Mi sono rimessa seduta ma quella volta la pallina era più grande, come una di quelle da tennis. Mi sono guardata attorno, senza vedere però alcun bambino. Ho preso la pallina, mi sono incamminata fino alla riva e l’ho lanciata in mare. Tornando ho preso la bottiglietta dalla sacca e bevuto un goccio d’acqua alla frescura del mio ombrellone.

Mentre stavo rimettendo la bottiglia a posto ho sentito un colpo forte al braccio. Quella pallina da tennis era diventata un pallone da calcio, sempre completamente trasparente. A quel punto ho urlato: - Adesso basta però con questi scherzi!-, e ho tirato un calcio forte al pallone facendolo sparire dietro alle cabine. Mi sono rimessa al sole, quando sulla pancia mi è caduta una palla grande come una ruota di camion, sempre trasparente. L’ho osservata con un po’ più di attenzione tenendola tra le mani, quando questa è schizzata via volando come colpita da un forte colpo di vento. Senza scompormi più di tanto mi sono calata gli occhiali sugli occhi e rimessa al sole. Dopo un po’ ho cominciato a sentire un solletico sul dorso dei piedi e spaventata mi sono alzata di scatto. Davanti a me c’era una palla enorme, alta come un essere umano. Ho cacciato un urlo indietreggiando. La palla, che a quel punto sembrava un’enorme bolla mi si è avvicinata, io ho arretrato ancora, lei si è avvicinata nuovamente, io mi sono diretta all’ombrellone, lei mi ha seguito. Ho cominciato a correre verso la riva, lei sempre dietro, sono scappata a ridosso delle cabine ma la bolla non mi perdeva di vista. Dopo una decina di minuti di inseguimento, unito a sano terrore, ho capito che stava giocando a moscacieca. Mi sono diretta all’asciugamano aspettando un suo inseguimento, quando improvvisamente l’ho vista rimanere immobile. Cosa le era successo? Stanca di giocare? Sono tornata indietro e ho provato a toccarla, lei si è scansata. Ho provato a riavvicinarmi, ma lei è scappata di nuovo via. Ho iniziato ad inseguirla ma lei nulla, non si faceva prendere. Ad un certo punto mi sono fermata esausta e col fiatone. Anche lei s’è fermata. Allora mi sono accostata piano piano, quella volta non vedendola fuggire. Arrivata vicino, con un movimento lento ho poggiato sulla sfera il palmo della mia mano…

Lei era tiepida, emanava un leggero calore, piacevole, come prima i raggi del sole sulla pelle. Non sembrava né di plastica, né di gomma, non riuscivo a capire di quale materiale fosse composta. Non era né morbida, né dura. Era come la volevo vedere e sentire sotto i miei polpastrelli. L’ho accarezzata a lungo cercando di capire se avesse delle giunture, oppure delle aperture, nulla. L’ho rotolata per qualche metro, era mansueta sotto le mie mani, si faceva fare tutto senza ribellarsi. La percepivo come se fosse viva. Stava entrando in rapporto con me, mi stava accogliendo. Provai una strana sensazione, come se tutto ciò non mi fosse per nulla estraneo. Sentii una forte attrazione. Ad un certo punto ho notato che sotto aveva una piccola rientranza che mi era sfuggita, l’ho osservata attentamente, sembrava una maniglia. Provai a forzarla un po’ e si aprì. Non potevo resistere, ero attratta dal suo interno che sprigionava una sensazione di quiete e sono entrata. Dentro era bellissimo, galleggiavo nella bolla come se ci fosse dell’acqua, acqua vitale, rigenerante, calma. Poi riprendendomi dallo shock e dall’incredulità ho provato ad uscire, ma la maniglia era sparita. Toccai dall’interno ogni punto della bolla ma nulla, non c’era più una via d’uscita, ho cominciato ad urlare, volevo andare fuori, non rimanere imprigionata per sempre, ho continuato per ore, ho pianto, mi sono disperata, ma lei non mi apriva più nessun varco. Esausta mi sono accasciata sul fondo, mi sono sdraiata su un fianco avvicinando le ginocchia al viso, ho abbracciato le mie gambe e mi sono addormentata.

Ancora adesso sono al suo interno, sto volando sopra la città, vicino alle nuvole, ma sto bene, non ho paura. Sto vivendo e viaggiando indisturbata nella mia bolla-mondo. Non sento il desiderio di tornare giù. No, no...non ci torno più.
Finalmente la pace.

lunedì 20 settembre 2010

le bolle mondi


Le bolle mondi

Ci sono le mega bolle-mondi, quelle che raccolgono universi interi e sconosciuti, che regalano dinamiche ancora a noi ignote, il cosmo, i suoi misteri, le nostre fantasie para-scientifiche… alpha, beta, gamma, odissea nello spazio, star treck ecc … poi ci sono le grandi bolle-mondi sulla terra a noi conosciuta, sono quelle che regolano l’economia, la politica, la finanza, che gestiscono la vita di noi comuni mortali, che ci fanno andare avanti, anche se non capiamo, che ci fanno votare, incazzare, dividere, unire senza capirne il senso.
Ci sono le medie bolle-mondi, che sono la famiglia, la scuola, il lavoro, che regolano il nostro quotidiano, che ogni giorno ci fanno volare nella direzione giusta, dove soffia il vento, ci fanno alzare la mattina con un obiettivo, con la fiducia in noi stessi o col perenne senso d’insoddisfazione. Questo però non si discute mai.
Infine ci sono le piccole bolle-mondi (o sotto-bolle, sotto-mondi) che sono le bolle che ognuno soffia sopra la propria testa per partire, per farsi un giro, per uscire dalle grandi e medie bolle-mondi, quasi mimetizzandosi. Queste piccole bolle-mondi, si trovano nelle piccole cose e occupano un piccolo spazio, o almeno lo crediamo. In queste piccole bolle-mondi in realtà c’è tutto quello che vogliamo, che sogniamo, che desideriamo ... nell’attimo in cui le soffiamo per viaggiare via, per creare un distacco dalle cose, in realtà ci perdiamo in esse. Forse in queste piccole bolle mondo ci salviamo. A volte però, anche se questi spazi sono esigui, spesso non vengono concessi. Forse fanno più paura delle grandi bolle-mondi! Chissà perché?


La continua meraviglia

Se non avessi questo corpo, sarei aria. Aria perché son convinta che qualcosa sarei pur di trovarmi qui. Aria e vento o fuoco e vento, oppure acqua. Certi giorni penso: terra.
Terra lo sarò un giorno.
Sarà per la mia deformazione, ma tutto mi sfugge. Ieri pensavo:«Come vivere per sentire la presenza di tutti i giorni?». Tutto mi sfugge. Psicosomatico dice il medico, un blocco che ha cominciato con attanagliarmi il cuore, un peso che mi impediva di respirare, poi il blocco ha colpito la muscolatura le braccia le mani. Un intervento d’urgenza ha permesso la mia sopravvivenza. Respiro ancora, ma non ho più l’uso delle mani. Un compromesso. Ho le gambe e la testa per viaggiare, la voce e gli occhi per conoscere il mondo. La pelle che protegge, contiene e separa me dagli altri. Molti lamentano di aver perduto la memoria io sono tra i pochi ad aver perso l’uso delle mani.
Tutto lucido perfetto fino a quel giorno: studiavo arte all’accademia, secondo anno. Durante la lezione di figura dal vero lavoravamo su grandi cavalletti di legno, il corpo della modella in lingerie sulla pedana al centro della stanza, stava seduta girata sulla sedia, a gambe aperte poggiando i gomiti sullo schienale e la testa sui gomiti, guardava fuori attraverso le ampie vetrate sul lato della stanza. Fuori nel piazzale gruppi di ragazzi parlavano e scherzavano tra loro, li vedevo bene dal fondo della classe in cui mi trovavo. Il sole, filtrando attraverso il verde degli alberi disegnava pozze di luce sul ghiaietto investendo tutto di pace e bellezza. Avevo 22 anni, il mondo e la vita ai miei piedi.
Se mi guardo allo specchio scopro di riuscire a nasconder il mio difetto anche a me stessa, ho continuato a dipingere ed oggi le mie grandi tele si trovano in molte case e in numerose gallerie. Ho il mio successo. Attraverso il sistema di fissaggio chimico che ho inventato riesco ad impressionare la tela con il pensiero e gli occhi, scatto la fotografia alle mie idee, al mio mondo inventato fatto di colori e forme, le offro per guadagnarmi uno stipendio, sento di aver fatto molto per me e di aver trovato un sistema per mantenere un contatto con tutti quei mondi fuori senza che questo mi soffochi, li tengo a distanza. Il mio psicoterapeuta dice che ho fatto grandi progressi, lui percepisce dei lievi allentamenti nelle mie tensioni, ho trovato una situazione di equilibrio trasferendo le mie ansie sulla tela.
So di esser ancora molto lontana da me stessa. Lo so, per la semplice ragione che mi so lontana da tutto ciò che può ferirmi. E tutto ciò è una continua meraviglia.

...e la dimensione ritrovata

Prima che gli errori di alcuni mi facessero traslocare in una bolla-mondo sensibile, cambiassero le mie abitudini e mi regalassero capacità che sanno di miracoloso, mi rivedo bambina giocare in quella bolla-mondo di periferia dove i rumori erano vita e la felicità si conquistava giorno per giorno con la spensieratezza. I più grandi mi raccontavano che la comunità di cui facevamo parte aveva la sembianza di una galassia formata da bolle-mondi di diversa grandezza, una vicino all’altra seminate fino all’orizzonte invisibile che è l’infinito.
"Perché ogni uomo è un mondo a sé, uno diverso dall’altro" sentivo ripetere, ma io non capivo cosa volessero significare.
Quanti bolle-mondi potevano esistere? provavo a immaginare ma ero consapevole che il cervello non poteva elaborare quel tipo di calcolo e la mia coscienza rinunciava all'impresa.
A stabilire dove abitare, l’assegnazione della tua dimensione, non la decideva sempre qualcuno in particolare ma il sistema nato e sviluppatosi tempo addietro. C’è chi azzarda che sia stato impostato alla nascita dell’uomo che aveva deciso che tutto ciò che si vedeva doveva essere gerarchizzato. Con il tempo – e lo studio continua ancora oggi – si è pensato di catalogare e gerarchizzare anche i sentimenti e il pensiero: a quale bolla-mondo si appartiene.
Ora che vivo con un cuore più leggero, meno attanagliato da motivi egoistici, so che il centro vitale può spegnersi in ogni momento, le pulsioni fermarsi di colpo e l’energia degli atomi trasferirsi chissà dove, arrivare inattesa in qualsiasi bolla-mondo. Questo si dovrebbe capire e non aspettare compromessi, somatizzazioni o metabolizzazioni; sapere che una specie di ‘virus’ può attaccarti in qualsiasi momento senza tener conto della tua volontà, il ‘virus’ di una bolla-mondo che ha deciso di farti del male per i più disparati motivi. Oltre all’arte questo è l’altro mio pensiero importante: stare lontano dalle bolle malate affinché continui la meraviglia nello specchiarmi per immaginare solo il bello e il bene senza deformazioni perché concetti assoluti.
Ho appreso che esistono bolle-mondi del tempo, linee infinite come binari fatte di segmenti, ognuno diverso dall’altro, ognuno irripetibile nei quali ho ritrovato la presenza del tempo nel mio mondo e tornare a diventare me stessa, di nuovo… ‘qualcosa’.

sabato 18 settembre 2010

le bolle mondi

Le bolle mondi
Ci sono le mega bolle-mondi, quelle che raccolgono universi interi e sconosciuti, che regalano dinamiche ancora a noi ignote, il cosmo, i suoi misteri, le nostre fantasie para-scientifiche … alpha, beta, gamma, odissea nello spazio, star treck ecc … poi ci sono le grandi bolle-mondi sulla terra a noi conosciuta, sono quelle che regolano l’economia, la politica, la finanza, che gestiscono la vita di noi comuni mortali, che ci fanno andare avanti, anche se non capiamo, che ci fanno votare, incazzare, dividere, unire senza capirne il senso.
Ci sono le medie bolle-mondi, che sono la famiglia, la scuola, il lavoro, che regolano il nostro quotidiano, che ogni giorno ci fanno volare nella direzione giusta, dove soffia il vento, ci fanno alzare la mattina con un obbiettivo, con la fiducia in noi stessi o col perenne senso d’insoddisfazione. Questo però non si discute mai.
Infine ci sono le piccole bolle-mondi (o sotto-bolle, sotto-mondi) che sono le bolle che ognuno soffia sopra la propria testa per partire, per farsi un giro, per uscire dalle grandi e medie bolle-mondi, quasi mimetizzandosi. Queste piccole bolle-mondi, si trovano nelle piccole cose e occupano un piccolo spazio, o almeno lo crediamo. In queste piccole bolle-mondi in realtà c’è tutto quello che vogliamo, che sogniamo, che desideriamo ... nell’attimo in cui le soffiamo per viaggiare via, per creare un distacco dalle cose, in realtà ci perdiamo in esse. Forse in queste piccole bolle mondo ci salviamo. A volte però, anche se questi spazi sono esigui, spesso non vengono concessi. Forse fanno più paura delle grandi bolle-mondi! Chissà perché?

La continua meraviglia
Se non avessi questo corpo, sarei aria. Aria perché son convinta che qualcosa sarei pur di trovarmi qui. Aria e vento o fuoco e vento, oppure acqua. Certi giorni penso: terra.
Terra lo sarò un giorno.
Sarà per la mia deformazione, ma tutto mi sfugge. Ieri pensavo:«Come vivere per sentire la presenza di tutti i giorni?». Tutto mi sfugge. Psicosomatico dice il medico, un blocco che ha cominciato con attanagliarmi il cuore, un peso che mi impediva di respirare, poi il blocco ha colpito la muscolatura le braccia le mani. Un intervento d’urgenza ha permesso la mia sopravvivenza. Respiro ancora, ma non ho più l’uso delle mani. Un compromesso. Ho le gambe e la testa per viaggiare, la voce e gli occhi per conoscere il mondo. La pelle che protegge, contiene e separa me dagli altri. Molti lamentano di aver perduto la memoria io sono tra i pochi ad aver perso l’uso delle mani.
Tutto lucido perfetto fino a quel giorno: studiavo arte all’accademia, secondo anno. Durante la lezione di figura dal vero lavoravamo su grandi cavalletti di legno, il corpo della modella in lingerie sulla pedana al centro della stanza, stava seduta girata sulla sedia, a gambe aperte poggiando i gomiti sullo schienale e la testa sui gomiti, guardava fuori attraverso le ampie vetrate sul lato della stanza. Fuori nel piazzale gruppi di ragazzi parlavano e scherzavano tra loro, li vedevo bene dal fondo della classe in cui mi trovavo. Il sole, filtrando attraverso il verde degli alberi disegnava pozze di luce sul ghiaietto investendo tutto di pace e bellezza. Avevo 22 anni, il mondo e la vita ai miei piedi.
Se mi guardo allo specchio scopro di riuscire a nasconder il mio difetto anche a me stessa, ho continuato a dipingere ed oggi le mie grandi tele si trovano in molte case e in numerose gallerie. Ho il mio successo. Attraverso il sistema di fissaggio chimico che ho inventato riesco ad impressionare la tela con il pensiero e gli occhi, scatto la fotografia alle mie idee, al mio mondo inventato fatto di colori e forme, le offro per guadagnarmi uno stipendio, sento di aver fatto molto per me e di aver trovato un sistema per mantenere un contatto con tutti quei mondi fuori senza che questo mi soffochi, li tengo a distanza. Il mio psicoterapeuta dice che ho fatto grandi progressi, lui percepisce dei lievi allentamenti nelle mie tensioni, ho trovato una situazione di equilibrio trasferendo le mie ansie sulla tela.
So di esser ancora molto lontana da me stessa. Lo so, per la semplice ragione che mi so lontana da tutto ciò che può ferirmi. E tutto ciò è una continua meraviglia.

sabato 11 settembre 2010

Le bolle mondi

come abbiamo concordato all'ultima riunione, posto la mia proposta di racconto manomesso, con ampie possibilità di variazioni. poi scegliamo la migliore. ciao


Le bolle mondi

Ci sono le mega bolle-mondi, quelle che raccolgono universi interi e sconosciuti, che regalano dinamiche ancora a noi ignote, il cosmo, i suoi misteri, le nostre fantasie para-scientifiche…alpha, beta, gamma, odissea nello spazio, star treck ecc…poi ci sono le grandi bolle-mondi sulla terra a noi conosciuta, sono quelle che regolano l’economia, la politica, la finanza, che gestiscono la vita di noi comuni mortali, che ci fanno andare avanti, anche se non capiamo, che ci fanno votare, incazzare, dividere, unire senza capirne il senso.
Ci sono le medie bolle- mondi, che sono la famiglia, la scuola, il lavoro, che regolano il nostro quotidiano, che ogni giorno ci fanno volare nella direzione giusta, dove soffia il vento, ci fanno alzare la mattina con un obbiettivo, con la fiducia in noi stessi o col perenne senso d’insoddisfazione. Questo però non si discute mai.
Infine ci sono le piccole bolle-mondi (o sotto-bolle, sotto-mondi) che sono le bolle che ognuno soffia sopra la propria testa per partire, per farsi un giro, per uscire dalle grandi e medie bolle-mondi, quasi mimetizzandosi. Queste piccole bolle-mondi, si trovano nelle piccole cose e occupano un piccolo spazio, o almeno lo crediamo. In queste piccole bolle-mondi in realtà c’è tutto quello che vogliamo, che sogniamo, che desideriamo….nell’attimo in cui le soffiamo per viaggiare via, per creare un distacco dalle cose, in realtà ci perdiamo in esse. Forse in queste piccole bolle mondo ci salviamo. A volte però, anche se questi spazi sono esigui, spesso non vengono concessi. Forse fanno più paura delle grandi bolle-mondi! Chissà perché?

Continua…

sabato 17 aprile 2010

(versione 6000 battute) La Strada

La strada

«Assassini!» urla il folle. «Cacchio, già le otto!», invece sono ancora le sei. Tutte le mattine ci dà la sveglia, affacciandosi al balcone e benedicendo la comunità con il suo personale saluto, come un muezzin dal minareto. Gli siamo affezionati, ha conquistato il perdono di tutti quelli che abitano in questa strada. Già dalla mattina, lungo il marciapiede, spunta qualche sedia a cui se n’aggiungono altre durante il giorno, tanto che il marciapiede alla fine sembra una scacchiera. I due punti di raggruppamento sono in chiara concorrenza tra loro. Si trattano con cortesia e rispetto apparente, ma in realtà sono due compagini che si dividono lo stesso terreno, pronte entrambe a fare fuoco al primo sgarro. Il malinteso è sempre in agguato. Non è strano ritrovarsi un sacco della spazzatura rovesciato volutamente in giardino, o peggio un gatto morto appeso sull’uscio di casa, normale routine per noi della strada. Nei punti in cui si formano questi raduni spontanei, si celebra il sacro rito della condivisione, soprattutto quello dei cacchi altrui. Il forestiero che si trova a passare da quelle parti è scrutato con sospetto, studiato per capirne le intenzioni. L’altro giorno, mentre entravo in casa, ho visto una donna suonare al citofono di fronte e il vicino uscire e fermarsi a chiacchierare con lei. Sono uscito dopo una decina di minuti e mi sono accorto che tutti i vicini erano affacciati alla finestra con gli occhi puntati su di loro. Sembravano condor in attesa di sbranare una carcassa. La malcapitata sarebbe stata argomento tra gli argomenti della prossima adunata. Qui si fanno dei film incredibili, nell’arco di otto ore puoi passare da eroe a coglione. La tua credibilità e rispettabilità dipende dagli umori del vicino. Io non mi impiccio di solito. C’è solo un momento che non mi perdo mai: l’apparizione della vicina, una ragazza ucraina, che con questa calura estiva ogni giorno si dà appuntamento davanti al tubo di gomma. Una doccia in giardino in reggiseno e perizoma. Per lei è naturale, o almeno voglio crederlo, perchè rimango per un quarto d’ora a pulire la stessa finestra. Mezz’ora dopo è sul balcone a stendere la biancheria, poco più vestita, e mi tocca pulire anche la finestra di fronte. In estate ho sempre i vetri più splendenti di tutta la strada. Oggi il pensionato spazza il cortile davanti ai garage e raccoglie 14 viti piccole, 2 grandi, 16 rondelle, 4 chiodi, 6 bulloni e 3 graffette arrugginite; le mette in fila e urla a tutti che potrebbero bucare una ruota. Nessuno risponde mai. Stasera, mentre le sedie di plastica e le sdraio di tela rientrano nelle rispettive abitazioni, quattro ragazze vicine di casa, tutte separate, si dirigono verso una macchina parcheggiata. Parlano a voce alta, anche se sono a meno di un metro l’una dall’altra. Ci tengono che tutta la strada sappia che stanno andando in un nuovo locale di tendenza appena aperto sulla spiaggia, tanto per stasera i figli sono affidati ai nonni, alle televisori e alle playstation, non necessariamente in quest’ordine. I padri, questi strani inevitabili incidenti, orbitano intorno agli affari loro e non possono essere presi in considerazione. O non vogliono. Quella seduta al posto di guida annuncia a voce squillante che da poco se lo è ripreso in casa dopo la separazione, ma che adesso quasi quasi lo caccia di nuovo. Le amiche ridono, anche loro con un volume sufficiente per farlo sentire a tutti. Tanto qui tutti sanno tutto di tutti. Le pareti delle case sono sottili, le liti, come le riappacificazioni sono patrimonio comune. Più le liti però. L’altro giorno lei chiedeva i soldi a lui, che ha cominciato ad alzare la voce. Non capiva perché fosse necessario spendere tutti quei soldi per il figlio. Era il loro regalo di maturità per il ragazzo, uscito col massimo dei voti, aveva spiegato lei. «Embeh? Ha fatto il suo dovere» aveva risposto lui. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce anche con me, nascosto nel suo appartamentino, perché sanno che può essere pericoloso prendersela con una montagna di muscoli. Vengo dalla Romania e la gente qui mi chiama Cezar. Non è il mio vero nome, quello è rimasto al mio paese insieme a vecchie storie. Pochi sono gli amici. Per vivere e mandare un po’ di soldi ai miei, faccio tutti i lavori che posso. La donna che dorme nel mio letto si chiama Loretta, è italiana e fa l’estetista, ha un negozio qui nel quartiere. Tempo fa andai da lei perché volevo cancellare due tatuaggi, uno sul braccio ed uno sulla gamba. Lei si è offerta di farmi anche la ceretta, dicendo che gli uomini con i peli sulle spalle perdono metà del loro fascino. Dalla sua piccola tivù mi ha mostrato gli atleti dei mondiali di nuoto. «Guarda che fisici, neanche un pelo. Ma te li immagini con la schiena coperta di peluria?». No, non me li immaginavo, in realtà non ci avevo mai pensato. Mica sono un campione di nuoto.
Ho guardato i suoi occhi: neri e profondi di una bella donna. Adesso è la mia donna. Ha deciso di curare il mio aspetto, piccole cose: una camicia a tinta unita piuttosto che a quadri, il giubbotto marrone piuttosto che blu con righe bianche sulle maniche, niente più berretto di lana e calzini bianchi. Ora la gente non si scansa più come prima. E questo un po’ mi dispiace. Fa molto caldo stanotte, mi alzo, tanto non riesco a chiudere occhio. Mi metto comodo sulla sedia a sdraio che entra a stento sul balconcino e mi godo il fresco e l'umidità notturna, il buio, il silenzio... Quasi ci starebbe bene una sigaretta, ma ho smesso di fumare e mentre penso agli affari miei, o anche a nulla, vedo quel coso peloso e antipatico della vicina frugare nella siepe. La cosa mi incuriosisce, anche se non so perché. Mentre rientravo per cena ho colto una conversazione tra i vicini. Parlavano del folle dal buongiorno assassino. Qualcosa a proposito di dosi aumentate, ma inutilmente. Ho sentito parlare di familiari assenti, casa di cura, ospedale psichiatrico. Me lo aspettavo da tempo. Peccato, da domani dovrò mettere la sveglia.

mercoledì 14 aprile 2010

OPS!

DALLA VERIFICA EFFETTUTA RISULTA CHE IL RACCONTO
E' DI CIRCA 7900 BATTUTE
QUINDI BISOGNA TAGLIARLO DI ALMENO 1900!

LA STRADA di PARAD

«Assassini!» urla il folle. «Cacchio, già le otto!», invece sono ancora le sei. Si è svegliato prima e ha deciso di portarsi avanti con il lavoro. Tutte le mattine ci dà la sveglia, affacciandosi al balcone e benedicendo la comunità con il suo personale saluto, come un muezzin dal minareto. Gli siamo affezionati, ha conquistato il perdono di tutti quelli che abitano in questa strada che è una specie di paese, perché vissuta come un prolungamento dei cortili delle case. Già dalla mattina, lungo il marciapiede, spunta qualche sedia a cui se n’aggiungono altre durante il giorno, tanto che il marciapiede alla fine sembra una scacchiera. I due punti di raggruppamento sono in chiara concorrenza tra loro. Si trattano con cortesia e rispetto apparente, ma in realtà sono due compagini che si dividono lo stesso terreno, pronte entrambe a fare fuoco al primo sgarro, al primo sguardo allusivo, alla prima parola equivoca. Il malinteso è sempre in agguato e, in fondo, anche cercato. Non è strano ritrovarsi un sacco della spazzatura rovesciato volutamente in giardino, o peggio un gatto morto appeso sull’uscio di casa, normale routine per noi della strada. Nei punti in cui si formano questi raduni spontanei, si celebra il sacro rito della condivisione, soprattutto quello dei cacchi altrui. Il forestiero che si trova a passare da quelle parti è scrutato con sospetto, studiato per capirne le intenzioni. L’altro giorno, mentre entravo in casa, ho visto una donna suonare al citofono di fronte e il vicino uscire e fermarsi a chiacchierare con lei. Sono uscito dopo una decina di minuti e mi sono accorto che tutti i vicini erano affacciati alla finestra con gli occhi puntati su di loro. Sembravano condor in attesa di sbranare una carcassa. La malcapitata, terminata la strada, deve aver avuto la sensazione di aver appena fatto una lastra, non immaginando che sarebbe stata argomento tra gli argomenti della prossima adunata. Qui si fanno dei film incredibili, nell’arco di otto ore puoi passare da eroe a coglione. La tua credibilità e rispettabilità dipende dagli umori del vicino. E poi ti urlano « Tutto bene?». Io non mi impiccio di solito. C’è solo un momento che non mi perdo mai: l’apparizione della vicina, una ragazza ucraina, che con questa calura estiva ogni giorno si dà appuntamento davanti al tubo di gomma. Una doccia in giardino in reggiseno e perizoma. Per lei è naturale, o almeno voglio crederlo, perchè rimango per un quarto d’ora a pulire la stessa finestra. Mezz’ora dopo è sul balcone a stendere la biancheria, poco più vestita, e mi tocca pulire anche la finestra di fronte. I più buoni, solo per questo, pensano che io sia un buon partito da sposare, per i perfidi sono solo un maniaco sessuale. Ma io me ne frego di entrambi. Intanto in estate ho sempre i vetri più splendenti di tutta la strada. Oggi il pensionato spazza il cortile davanti ai garage e raccoglie 14 viti piccole, 2 grandi, 16 rondelle, 4 chiodi, 6 bulloni e 3 graffette arrugginite; le mette in fila e urla a tutti che potrebbero bucare una ruota. Poi si trasferisce vicino ai cassonetti per pulire l’immondizia straripata dalle buste abbandonate in malo modo, e urla nuovamente qualche frase strampalata sulla civiltà dei popoli. Nessuno risponde mai. Stasera, mentre le sedie di plastica e le sdraio di tela rientrano nelle rispettive abitazioni, quattro ragazze vicine di casa, tutte separate, si dirigono verso una macchina parcheggiata. Parlano a voce alta, anche se sono a meno di un metro l’una dall’altra. Ci tengono che tutta la strada sappia che stanno andando in un nuovo locale di tendenza appena aperto sulla spiaggia: pavimento in legno, tende pesanti, di quelle che creano intimità, musica a palla, cuscini a terra e incensi vari. Praticamente potresti essere in qualunque posto della terra, tanto il mare non si vede e non si sente. Ma anche loro se ne fregano, tanto per stasera i figli sono affidati ai nonni, alle televisori e alle playstation, non necessariamente in quest’ordine. I padri, questi strani inevitabili incidenti, orbitano intorno agli affari loro e non possono essere presi in considerazione. O non vogliono, io credo. Quella seduta al posto di guida annuncia a voce squillante che da poco se lo è ripreso in casa dopo la separazione, ma che adesso quasi quasi lo caccia di nuovo. Le amiche ridono, anche loro con un volume sufficiente per farlo sentire a tutti. Tanto qui tutti sanno tutto di tutti. Le pareti delle case sono sottili, che anche volendo è impossibile non sentire. Le liti, come le riappacificazioni sono patrimonio comune. Più le liti però. L’altro giorno lei chiedeva i soldi a lui, che ha cominciato ad alzare la voce. Non capiva perché fosse necessario spendere tutti quei soldi per il figlio. Era il loro regalo di maturità per il ragazzo, uscito col massimo dei voti, aveva spiegato lei. «Embeh? Ha fatto il suo dovere» aveva risposto lui. Quello di sopra litiga con quello del terzo piano perché il cane abbaia. Quello del primo piano litiga con quella del secondo perché usa le ciabatte con i tacchetti alle sei del mattino. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce anche con me, nascosto nel suo appartamentino, perché sanno che può essere pericoloso prendersela con una montagna di muscoli. Non mi conoscono abbastanza. Vengo dalla Romania e la gente qui mi chiama Cezar. Non è il mio vero nome, quello è rimasto al mio paese insieme a vecchie storie, l’inferno che ho voluto lasciarmi alle spalle. Pochi sono gli amici. Per vivere e mandare un po’ di soldi ai miei, faccio tutti i lavori che posso. La donna che dorme nel mio letto si chiama Loretta, è italiana e fa l’estetista, ha un negozio qui nel quartiere. Tempo fa andai da lei perché volevo cancellare due tatuaggi, uno sul braccio ed uno sulla gamba. Lei si è offerta di farmi anche la ceretta, dicendo che gli uomini con i peli sulle spalle perdono metà del loro fascino. Dalla sua piccola tivù mi ha mostrato gli atleti dei mondiali di nuoto. «Guarda che fisici, neanche un pelo. Ma te li immagini con la schiena coperta di peluria?». No, non me li immaginavo, in realtà non ci avevo mai pensato. Mica sono un campione di nuoto. «Ahi! Ma che fai?». «Rilassati, ecco guarda qua, non li avevi mai notati eh? Ma non preoccuparti ora togliamo tutto, puliamo per bene. Vedrai alla fine anche tu non potrai credere ai tuoi occhi». Più che non credere ai miei occhi, ho guardato i suoi: gli occhi neri e profondi di una bella donna. Adesso è la mia donna. Ha deciso di curare il mio aspetto, piccole cose: una camicia a tinta unita piuttosto che a quadri, il giubbotto marrone piuttosto che blu con righe bianche sulle maniche, niente più berretto di lana e calzini bianchi. Ha combinato qualcosa anche alle mie sopracciglia e ora la gente non si scansa più come prima. E questo un po’ mi dispiace. Fa molto caldo stanotte e abbiamo lasciato tutte le finestre aperte. Bacio la spalla liscia e profumata della mia donna che dorme tranquilla e mi alzo, tanto non riesco a chiudere occhio. Mi metto comodo sulla sedia a sdraio che entra a stento sul balconcino e mi godo il fresco e l'umidità notturna, il buio, il silenzio... Penso al mio paese e alla mia nuova vita: non è ancora tempo per fare bilanci. Quasi ci starebbe bene una sigaretta, ma ho smesso di fumare e mentre penso agli affari miei, o anche a nulla, vedo quel coso peloso e antipatico della vicina frugare nella siepe. La cosa mi incuriosisce, anche se non so perché. Mentre rientravo per cena ho colto una conversazione tra i vicini. Parlavano del folle dal buongiorno assassino. Qualcosa a proposito di dosi aumentate, ma inutilmente. Ho sentito parlare di familiari assenti, casa di cura, ospedale psichiatrico. Poi frasi bisbigliate quando si sono accorte di me. Le ho fissate prima di rispondere freddamente al loro"buonasera" troppo acuto per essere sincero. Me lo aspettavo da tempo. Peccato, da domani dovrò mettere la sveglia.

lunedì 12 aprile 2010

Le bolle mondi

Ci sono le mega bolle-mondi, quelle che raccolgono universi interi e sconosciuti, che regalano dinamiche ancora a noi ignote, il cosmo, i suoi misteri, le nostre fantasie para-scientifiche…alpha, beta, gamma, odissea nello spazio, star treck ecc…poi ci sono le grandi bolle-mondi sulla terra a noi conosciuta, sono quelle che regolano l’economia, la politica, la finanza, che gestiscono la vita di noi comuni mortali, che ci fanno andare avanti, anche se non capiamo, che ci fanno votare, incazzare, dividere, unire senza capirne il senso.
Ci sono le medie bolle- mondi, che sono la famiglia, la scuola, il lavoro, che regolano il nostro quotidiano, che ogni giorno ci fanno volare nella direzione giusta, dove soffia il vento, ci fanno alzare la mattina con un obbiettivo, con la fiducia in noi stessi o col perenne senso d’insoddisfazione. Questo però non si discute mai.
Infine ci sono le piccole bolle-mondi (o sotto-bolle, sotto-mondi) che sono le bolle che ognuno soffia sopra la propria testa per partire, per farsi un giro, per uscire dalle grandi e medie bolle-mondi, quasi mimetizzandosi. Queste piccole bolle-mondi, si trovano nelle piccole cose e occupano un piccolo spazio, o almeno lo crediamo. In queste piccole bolle-mondi in realtà c’è tutto quello che vogliamo, che sogniamo, che desideriamo….nell’attimo in cui le soffiamo per viaggiare via, per creare un distacco dalle cose, in realtà ci perdiamo in esse. Forse in queste piccole bolle mondo ci salviamo. A volte però, anche se questi spazi sono esigui, spesso non vengono concessi. Forse fanno più paura delle grandi bolle-mondi! Chissà perché?

Continua…

LA STRADA di PARAD

«Assassini!» urla il folle. «Cacchio, già le otto!», invece sono ancora le sei. Si è svegliato prima e ha deciso di portarsi avanti con il lavoro. Tutte le mattine ci da la sveglia, affacciandosi al balcone e benedicendo la comunità con il suo personale saluto, come un muezzin dal minareto. Gli siamo affezionati, ha conquistato il perdono di tutti quelli che abitano in questa strada. La strada è una specie di paese, perché vissuta come un prolungamento dei cortili delle case. Già dalla mattina, lungo il marciapiede, spunta qualche sedia a cui se n’aggiungono altre durante il giorno, tanto che il marciapiede alla fine sembra una scacchiera. I due punti di raggruppamento sono in chiara concorrenza tra loro. Si trattano con cortesia e rispetto apparente , ma in realtà sono due compagini che si dividono lo stesso terreno, pronte entrambe a fare fuoco al primo sgarro, al primo sguardo allusivo, alla prima parola equivoca. Il malinteso è sempre in agguato e, in fondo, anche cercato. Non è strano ritrovarsi un sacco della spazzatura rovesciato volutamente in giardino, o peggio un gatto morto appeso sull’uscio di casa, normale routine per noi della strada. Nei punti in cui si formano questi raduni spontanei, si celebra il sacro rito della condivisione, soprattutto quello dei cacchi altrui. Il forestiero che si trova a passare da quelle parti è scrutato con sospetto, studiato per capirne le intenzioni. L’altro giorno, mentre entravo in casa, ho visto una donna suonare al citofono di fronte e il vicino uscire e fermarsi a chiacchierare con lei. Sono uscito dopo una decina di minuti e mi sono accorto che tutti i vicini erano affacciati alla finestra con gli occhi puntati su di loro. Sembravano condor in attesa di sbranare una carcassa. La malcapitata, terminata la strada, deve aver avuto la sensazione di aver appena fatto una lastra, non immaginando che sarebbe stata argomento tra gli argomenti della prossima adunata. Qui si fanno dei film incredibili, nell’arco di otto ore puoi passare da eroe a coglione. La tua credibilità e rispettabilità dipende dagli umori del vicino. E poi ti urlano « Tutto bene?». Io non mi impiccio di solito. C’è solo un momento che non mi perdo mai: l’apparizione della vicina, una ragazza ucraina, che con questa calura estiva ogni giorno si dà appuntamento davanti al tubo di gomma. Una doccia in giardino in reggiseno e perizoma. Per lei è naturale, o almeno voglio crederlo, perchè rimango per un quarto d’ora a pulire la stessa finestra. Mezz’ora dopo è sul balcone a stendere la biancheria, poco più vestita, e mi tocca pulire anche la finestra di fronte. I più buoni, solo per questo, pensano che io sia un buon partito da sposare, per i perfidi sono solo un maniaco sessuale. Ma io me ne frego di entrambi. Intanto in estate ho sempre i vetri più splendenti di tutta la strada. Oggi il pensionato spazza il cortile davanti ai garage e raccoglie 14 viti piccole, 2 grandi, 16 rondelle, 4 chiodi, 6 bulloni e 3 graffette arrugginite; le mette in fila e urla a tutti che potrebbero bucare una ruota. Poi si trasferisce vicino ai cassonetti per pulire l’immondizia straripata dalle buste abbandonate in malo modo, e urla nuovamente qualche frase strampalata sulla civiltà dei popoli. Nessuno risponde mai. Stasera, mentre le sedie di plastica e le sdraio di tela rientrano nelle rispettive abitazioni, quattro ragazze vicine di casa, tutte separate, si dirigono verso una macchina parcheggiata. Parlano a voce alta, anche se sono a meno di un metro l’una dall’altra. Ci tengono che tutta la strada sappia che stanno andando in un nuovo locale di tendenza appena aperto sulla spiaggia: pavimento in legno, tende pesanti, di quelle che creano intimità, musica a palla, cuscini a terra e incensi vari. Praticamente potresti essere in qualunque posto della terra, tanto il mare non si vede e non si sente. Ma anche loro se ne fregano, tanto per stasera i figli sono affidati ai nonni, alle televisori e alle playstation, non necessariamente in quest’ordine. I padri, questi strani inevitabili incidenti, orbitano intorno agli affari loro e non possono essere presi in considerazione. O non vogliono, io credo. Quella seduta al posto di guida annuncia a voce squillante che da poco se lo è ripreso in casa dopo la separazione, ma che adesso quasi quasi lo caccia di nuovo. Le amiche ridono, anche loro son un volume sufficiente a farlo sentire a tutti.
tanto qui tutti sanno tutto di tutti. Le pareti delle case sono sottili, che anche volendo è impossibile non sentire. Le liti, come le riappacificazioni sono patrimonio comune. Più le liti però. L’altro giorno lei chiedeva i soldi a lui, che ha cominciato ad alzare la voce. Non capiva perché fosse necessario spendere tutti quei soldi per il figlio. Era il loro regalo di maturità per il ragazzo, uscito col massimo dei voti, aveva spiegato lei. «Embeh? Ha fatto il suo dovere» aveva risposto lui. Quello di sopra litiga con quello del terzo piano perché il cane abbaia. Quello del primo piano litiga con quella del secondo perché usa le ciabatte con i tacchetti alle sei del mattino. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce anche con me, nascosto nel suo appartamentino, perché sanno che può essere pericoloso prendersela con una montagna di muscoli. Non mi conoscono abbastanza. Vengo dalla Romania e la gente qui mi chiama Cezar. Non è il mio vero nome, quello è rimasto al mio paese insieme a vecchie storie, l’inferno che ho voluto lasciarmi alle spalle. Pochi sono gli amici. Per vivere e mandare un po’ di soldi ai miei, faccio tutti i lavori che posso. La donna che dorme nel mio letto si chiama Loretta è italiana e fa l’estetista, ha un negozio qui nel quartiere. Tempo fa andai da lei perché volevo cancellare due tatuaggi, uno sul braccio ed uno sulla gamba. Lei si è offerta di farmi anche la ceretta, dicendo che gli uomini con i peli sulle spalle perdono metà del loro fascino. Dalla sua piccola tivù mi ha mostrato gli atleti dei mondiali di nuoto. «Guarda che fisici, neanche un pelo. Ma te li immagini con la schiena coperta di peluria?». No, non me li immaginavo, in realtà non ci avevo mai pensato. Mica sono un campione di nuoto. «Ahi! Ma che fai?». «Rilassati, ecco guarda qua, non li avevi mai notati eh? Ma non preoccuparti ora togliamo tutto, puliamo per bene. Vedrai alla fine anche tu non potrai credere ai tuoi occhi». Più che non credere ai miei occhi, ho guardato i suoi: gli occhi neri e profondi di una bella donna. Adesso è la mia donna. Ha deciso di curare il mio aspetto, piccole cose: una camicia a tinta unita piuttosto che a quadri, il giubbotto marrone piuttosto che blu con righe bianche sulle maniche, niente più berretto di lana e calzini bianchi. Ha combinato qualcosa anche alle mie sopracciglia e ora la gente non si scansa più come prima. E questo un po’ mi dispiace. Fa molto caldo stanotte e abbiamo lasciato tutte le finestre aperte. Bacio la spalla liscia e profumata della mia donna che dorme tranquilla e mi alzo, tanto non riesco a chiudere occhio. Mi metto comodo sulla sedia a sdraio che entra a stento sul balconcino e mi godo il fresco e l'umidità notturna, il buio, il silenzio... Penso al mio paese e alla mia nuova vita: non è ancora tempo per fare bilanci. Quasi ci starebbe bene una sigaretta, ma ho smesso di fumare e mentre penso agli affari miei, o anche a nulla, vedo quel coso peloso e antipatico della vicina frugare nella siepe. La cosa mi incuriosisce, anche se non so perché. Mentre rientravo per cena ho colto una conversazione tra i vicini. Parlavano del folle dal buongiorno assassino. Qualcosa a proposito di dosi aumentate, ma inutilmente. Ho sentito parlare di familiari assenti, casa di cura, ospedale psichiatrico. Poi frasi bisbigliate quando si sono accorte di me. Le ho fissate prima di rispondere freddamente al loro”buonasera” troppo acuto per essere sincero. Me lo aspettavo da tempo. Peccato, da domani dovrò mettere la sveglia.

domenica 28 marzo 2010

La Strada

... non sono riuscita a pensare manomissioni, passo!

domenica 21 marzo 2010

La strada

«Assassini!» urla il folle.

«Cacchio, già le otto!», invece sono ancora le sei. Ne approfitto per mettere mano al racconto: la casa editrice mi pressa parecchio e non ho grandi idee, ma ho bisogno di soldi e devo finirlo. Accendo il portatile e mi siedo alla scrivania - che poi è un misero tavolino di fòrmica - tazza di caffè alla mano, davanti alla finestra da cui spio la strada ed i suoi abitanti, nonché i vicini di casa, per trovare l'ispirazione: devo ammettere che me ne danno parecchia, non a caso questo racconto s'intitola "La Strada".

Parte il sistema operativo, ravvivando il monitor 15" TFT-superVGA-fullHD-echipiùnehapiùnemetta con colori psichedelici... 15 secondi è il tempo di avvio... a me sembrano 30, poi 60... un sibilo e poi il buio: «Cacchio mi si è fottuto il computer! Cxxxo di Budda: niente più racconto!...»

martedì 9 marzo 2010

La strada

«Assassini!» urla il folle.
«Cacchio, già le otto!», invece sono ancora le sei.
Si è svegliato prima e ha deciso di portarsi avanti con il lavoro. Tutte le mattine ci da la sveglia, affacciandosi al balcone e benedicendo la comunità con il suo personale saluto, come un muezzin dal minareto. Gli siamo affezionati, ha conquistato il perdono di tutti quelli che abitano in questa strada.
La strada è una specie di paese, perché vissuta come un prolungamento dei cortili delle case. Già dalla mattina, lungo il marciapiede, spunta qualche sedia a cui se n’aggiungono altre durante il giorno, tanto che il marciapiede alla fine sembra una scacchiera.
I due punti di raggruppamento sono in chiara concorrenza tra loro. Si trattano con cortesia e rispetto apparente ma in realtà sono due compagini che si dividono lo stesso terreno, pronte entrambe a fare fuoco al primo sgarro, al primo sguardo allusivo, alla prima parola equivoca. Il malinteso è sempre in agguato e, in fondo, anche cercato. Non è strano ritrovarsi un sacco della spazzatura rovesciato volutamente in giardino, o peggio un gatto morto appeso sull’uscio di casa. Non è splatter, ma normale routine per noi della strada.
Nei punti in cui si formano questi raduni spontanei, si celebra il sacro rito della condivisione, soprattutto quello dei cacchi altrui. Il forestiero che si trova a passare da quelle parti è scrutato con sospetto, studiato per capirne le intenzioni. L’altro giorno, mentre entravo in casa, ho visto una donna suonare al citofono di fronte e il vicino uscire e fermarsi a chiacchierare con lei. Sono uscito dopo una decina di minuti e mi sono accorto che tutti i vicini erano affacciati alla finestra con gli occhi puntati su di loro. Sembravano condor in attesa di sbranare una carcassa. La malcapitata, terminata la strada, deve aver avuto la sensazione di aver appena fatto una lastra, non immaginando che sarebbe stata argomento tra gli argomenti della prossima adunata. Qui si fanno dei film incredibili, nell’arco di otto ore puoi passare da eroe a coglione. La tua credibilità e rispettabilità dipende dagli umori del vicino. E poi ti urlano « ehi amico!».
Io non mi impiccio di solito. C’è solo un momento che non mi perdo mai: l’apparizione della vicina, una ragazza ucraina, che con questa calura estiva ogni giorno si dà appuntamento davanti al tubo di gomma. Una doccia in giardino in reggiseno e perizoma. Per lei è naturale, o almeno voglio crederlo, perchè rimango per un quarto d’ora a pulire la stessa finestra. Mezz’ora dopo è sul balcone a stendere la biancheria, poco più vestita, e mi tocca pulire anche la finestra di fronte. I più buoni, solo per questo, pensano che io sia un buon partito da sposare, per i perfidi sono solo un maniaco sessuale. Ma io me ne frego di entrambi. Intanto in estate ho sempre i vetri più splendenti di tutta la strada. Oggi il pensionato spazza il cortile davanti ai garage e raccoglie 14 viti piccole, 2 grandi, 16 rondelle, 4 chiodi, 6 bulloni e 3 graffette arrugginite; le mette in fila e urla a tutti che potrebbero bucare una ruota. Poi si trasferisce vicino ai cassonetti per pulire l’immondizia straripata dalle buste abbandonate in malo modo, e urla nuovamente qualche frase strampalata sulla civiltà dei popoli. Nessuno risponde mai.
Stasera, mentre le sedie di plastica e le sdraio di tela rientrano nelle rispettive abitazioni, quattro ragazze vicine di casa, tutte separate, si dirigono verso una macchina parcheggiata. Parlano a voce alta, anche se sono a meno di un metro l’una dall’altra. Ci tengono che tutta la strada sappia che stanno andando in un nuovo locale di tendenza appena aperto sulla spiaggia: pavimento in legno, tende pesanti, di quelle che creano intimità, musica a palla, cuscini a terra e incensi vari. Praticamente potresti essere in qualunque posto della terra, tanto il mare non si vede e non si sente. Ma anche loro se ne fregano, tanto per stasera i figli sono affidati ai nonni, alle televisori e alle playstation, non necessariamente in quest’ordine. I padri, questi strani inevitabili incidenti, orbitano intorno agli affari loro e non possono essere presi in considerazione. O non vogliono, io credo. Quella che guida sottolinea con trasporto che da poco se lo è ripreso in casa dopo la separazione, ma che adesso quasi quasi lo caccia di nuovo. Le amiche ridono, anche loro con trasporto.
Le pareti delle case sono sottili, si sente tutto, ma proprio tutto. Le liti, come le riappacificazioni sono patrimonio comune. Più le liti però. L’altro giorno lei chiedeva i soldi a lui, che ha cominciato ad alzare la voce. Non capiva perché fosse necessario spendere tutti quei soldi per il figlio. Era il loro regalo di maturità per il ragazzo, uscito col massimo dei voti, aveva spiegato lei.
«Embeh? Ha fatto il suo dovere» aveva risposto lui.
Quello di sopra litiga con quello del terzo piano perché il cane abbaia. Quello del primo piano litiga con quella del secondo perché usa le ciabatte con i tacchetti alle sei del mattino. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce anche con me, nascosto nel suo appartamentino, perché sanno che può essere pericoloso prendersela con una montagna di muscoli. Non mi conoscono abbastanza.
Vengo dalla Romania e la gente qui mi chiama Cezar. Non è il mio vero nome, quello è rimasto al mio paese insieme a vecchie storie, l’inferno che ho voluto lasciarmi alle spalle. Pochi sono gli amici. Per vivere e mandare un po’ di soldi ai miei, faccio tutti i lavori che posso.
La donna che dorme nel mio letto si chiama Loretta è italiana e fa l’estetista, ha un negozio qui nel quartiere. Tempo fa andai da lei perché volevo cancellare due tatuaggi, uno sul braccio ed uno sulla gamba. Lei si è offerta di farmi anche la ceretta, dicendo che gli uomini con i peli sulle spalle perdono metà del loro fascino.
Dalla sua piccola tivù mi ha mostrato gli atleti dei mondiali di nuoto.
«Guarda che fisici, neanche un pelo. Ma te li immagini con la schiena coperta di peluria?».
No, non me li immaginavo, in realtà non ci avevo mai pensato. Mica sono un campione di nuoto.
«Ahi! Ma che fai?».
«Rilassati, ecco guarda qua, non li avevi mai notati eh? Ma non preoccuparti ora togliamo tutto, puliamo per bene. Vedrai alla fine anche tu non potrai credere ai tuoi occhi».
Più che non credere ai miei occhi, ho guardato i suoi: gli occhi neri e profondi di una bella donna. Adesso è la mia donna.
Ha deciso di curare il mio aspetto, piccole cose: una camicia a tinta unita piuttosto che a quadri, il giubbotto marrone piuttosto che blu con righe bianche sulle maniche, niente più berretto di lana e calzini bianchi.
Ha combinato qualcosa anche alle mie sopracciglia e ora la gente non si scansa più come prima. E, forse, questo un po’ mi dispiace.
Fa molto caldo stanotte e abbiamo lasciato tutte le finestre aperte. Bacio la spalla liscia e profumata della mia donna che dorme tranquilla e mi alzo, tanto non riesco a chiudere occhio. Mi metto comodo sulla sedia a sdraio che entra a stento sul balconcino e mi godo il fresco e l'umidità notturna, il buio, il silenzio... Penso al mio paese e alla mia nuova vita: non è ancora tempo per fare bilanci. Quasi ci starebbe bene una sigaretta, ma ho smesso di fumare e mentre penso agli affari miei, o anche a nulla, vedo quel coso peloso e antipatico della vicina frugare nella siepe. La cosa mi incuriosisce, anche se non so perché.
Mentre rientravo per cena ho colto una conversazione tra i vicini. Parlavano del folle dal buongiorno assassino. Qualcosa a proposito di dosi aumentate, ma inutilmente. Ho sentito parlare di familiari assenti, casa di cura, ospedale psichiatrico. Poi frasi bisbigliate quando si sono accorte di me. Le ho fissate prima di rispondere freddamente al loro”buonasera” troppo acuto per essere sincero. Me lo aspettavo da tempo. Peccato, da domani dovrò mettere la sveglia.

domenica 7 marzo 2010

LA STRADA

«Assassini!» urla il folle.
«Cacchio, già le otto!», invece sono ancora le sei.
Si è svegliato prima e ha deciso di portarsi avanti con il lavoro. Tutte le mattine ci da la sveglia, affacciandosi al balcone e benedicendo la comunità con il suo personale saluto, come un muezzin dal minareto. Gli siamo affezionati, ha conquistato il perdono di tutti quelli che abitano in questa strada.
La strada è una specie di paese, perché vissuta come un prolungamento dei cortili delle case. Già dalla mattina, lungo il marciapiede, spunta qualche sedia a cui se n’aggiungono altre durante il giorno, tanto che il marciapiede alla fine sembra una scacchiera.
I due punti di raggruppamento sono in chiara concorrenza tra loro. Si trattano con cortesia e rispetto apparente ma in realtà sono due compagini che si dividono lo stesso terreno, pronte entrambe a fare fuoco al primo sgarro, al primo sguardo allusivo, alla prima parola equivoca. Il malinteso era sempre in agguato e, in fondo, anche cercato. Niente di meglio di una bella litigata per sfogare ansie e paure.
Nei punti in cui si formano questi raduni spontanei, si celebra il sacro rito della condivisione, soprattutto quello dei cacchi altrui. Il forestiero che si trova a passare da quelle parti è scrutato con sospetto, studiato per capirne le intenzioni. L’altro giorno, mentre entravo in casa, ho visto una donna suonare al citofono di fronte e il vicino uscire e fermarsi a chiacchierare con lei. Sono uscito dopo una decina di minuti e mi sono accorto che tutti i vicini erano affacciati alla finestra con gli occhi puntati su di loro. Sembravano condor in attesa di sbranare una carcassa. La malcapitata, terminata la strada, deve aver avuto la sensazione di aver appena fatto una lastra, non immaginando che sarebbe stata argomento tra gli argomenti della prossima adunata.
Io non mi impiccio di solito. C’è solo un momento che non mi perdo mai: l’apparizione della vicina, una ragazza ucraina, che con questa calura estiva ogni giorno si dà appuntamento davanti al tubo di gomma. Una doccia in giardino in reggiseno e perizoma. Per lei è talmente naturale che se la canticchia pure. Io invece rimango per un quarto d’ora a pulire la stessa finestra. Mezz’ora dopo è sul balcone a stendere la biancheria, poco più vestita, e mi tocca pulire anche la finestra di fronte. Qualcuno, solo per questo, potrebbe pensare che io sia un buon partito da sposare.
Oggi il pensionato spazza il cortile davanti ai garage e raccoglie 14 viti piccole, 2 grandi, 16 rondelle, 4 chiodi, 6 bulloni e 3 graffette arrugginite; le mette in fila e urla nell’etere che potrebbero bucare una ruota. Poi si trasferisce vicino ai cassonetti per pulire l’immondizia straripata dalle buste, abbandonate in malo modo, e urla nuovamente di imparare a fare la raccolta differenziata. Nessuno risponde mai.
Stasera, mentre le sedie di plastica e le sdraio di tela rientrano nelle rispettive abitazioni, quattro ragazze vicine di casa, tutte separate, si dirigono verso una macchina parcheggiata. Parlano a voce alta, anche se sono a meno di un metro l’una dall’altra. Ci tengono davvero che tutta la strada sappia quello che faranno questa sera. Vogliono provare un nuovo locale di tendenza appena aperto sulla spiaggia, con il pavimento di legno, tende pesanti, di quelle che creano intimità, musica a palla, cuscini a terra e incensi vari. Praticamente potresti essere in qualunque posto della terra, tanto il mare non si vede e non si sente. I figli sono stati affidati a nonni, televisori e playstation, non necessariamente in quest’ordine. I padri, questi strani inevitabili incidenti, orbitano intorno agli affari loro e non possono essere presi in considerazione. Quella che guida ci tiene a specificare che da poco se lo è ripreso in casa, dopo la seconda separazione, ma che adesso, quasi quasi, l’ha stufata un’altra volta e lo caccerà di nuovo.
Le pareti delle case sono sottili, si sente tutto, ma proprio tutto. Le liti, come le riappacificazioni sono patrimonio comune. Più le liti però. L’altro giorno lei chiedeva i soldi a lui, che ha cominciato ad alzare la voce. Non capiva perché fosse necessario spendere tutti quei soldi per il figlio. Era il loro regalo di maturità per il ragazzo, uscito col massimo dei voti, aveva spiegato lei.
«’Sti cazzi, ha fatto il suo dovere» aveva risposto lui.
Quello di sopra litiga con quello del terzo piano perché il cane abbaia. Quello del primo piano litiga con quella del secondo perché usa le ciabatte con i tacchetti alle sei del mattino. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce anche con me, nascosto nel suo appartamentino, perché sanno che può essere pericoloso prendersela con una montagna di muscoli. Non mi conoscono abbastanza. Vengo dalla Romania e la gente qui mi chiama Cezar. Non è il mio vero nome, quello è rimasto al mio paese insieme a vecchie storie, l’inferno che ho voluto lasciarmi alle spalle. Pochi sono gli amici. Per vivere e mandare un po’ di soldi ai miei, faccio tutti i lavori che posso.
La donna che dorme nel mio letto si chiama Loretta è italiana e fa l’estetista, ha un negozio qui nel quartiere. Tempo fa andai da lei perché volevo cancellare due tatuaggi, uno sul braccio ed uno sulla gamba. Lei si è offerta di farmi anche la ceretta, dicendo che gli uomini con i peli sulle spalle perdono metà del loro fascino.
Dalla sua piccola tivù mi ha mostrato gli atleti dei mondiali di nuoto.
«Guarda che fisici, neanche un pelo. Ma te li immagini con la schiena coperta di peluria?».
No, non me li immaginavo. In realtà non ci avevo mai pensato. Mica sono un campione di nuoto.
«Ahi! Ma che fai?».
«Rilassati, ecco guarda qua, non li avevi mai notati eh? Ma non preoccuparti ora togliamo tutto, puliamo per bene. Vedrai alla fine anche tu non potrai credere ai tuoi occhi».
Più che non credere ai miei occhi, ho guardato i suoi: gli occhi neri e profondi di una bella donna. Adesso è la mia donna.
Ha deciso di curare il mio aspetto, piccole cose: una camicia a tinta unita piuttosto che a quadri, il giubbotto marrone piuttosto che blu con righe bianche sulle maniche, niente più berretto di lana e calzini bianchi.
Ha combinato qualcosa anche alle mie sopracciglia e ora la gente non si scansa più come prima. E, forse, questo un po’ mi dispiace.
Fa molto caldo stanotte e abbiamo lasciato tutte le finestre aperte. Bacio la spalla liscia e profumata della mia donna che dorme tranquilla e mi alzo, tanto non riesco a chiudere occhio. Mi metto comodo sulla sedia a sdraio che entra a stento sul balconcino e mi godo il fresco e l'umidità notturna, il buio, il silenzio... Penso al mio paese e alla mia nuova vita: non è ancora tempo per fare bilanci. Quasi ci starebbe bene una sigaretta, ma ho smesso e, mentre penso agli affari miei – o anche a nulla – vedo il cane della vicina, quel coso peloso e antipatico, frugare nella siepe... e la cosa mi incuriosisce, anche se non so perché.
Mentre rientravo per cena ho colto una conversazione tra i vicini. Parlavano del folle dal buongiorno assassino. Qualcosa a proposito di dosi aumentate, ma inutilmente, famigliari assenti. Ho sentito parlare di casa di cura, d’ospedale psichiatrico. Poi frasi bisbigliate quando si sono accorte di me. Le ho fissate prima di rispondere freddamente al loro”buonasera” troppo acuto per essere sincero. Me lo aspettavo da tempo. Da domani dovrò mettere la sveglia.

domenica 28 febbraio 2010

La strada

«Assassini!» urla il folle. «Cacchio già le otto!», invece erano ancora le sei.
Si era svegliato prima e aveva deciso di portarsi avanti con il lavoro. Tutte le mattine ci dava l’alzata, affacciandosi al balcone e benedicendo la comunità con il suo personale saluto, come un muezzin dal minareto della moschea di quartiere. Gli eravamo affezionati, perciò aveva conquistato il perdono di tutti. Lui.

La strada è una specie di paese, perché vissuta come un prolungamento dei cortili delle case. Già dalla mattina, lungo il marciapiede, è solito veder spuntare qualche sedia, cui se n’aggiungono altre durante il giorno, tanto che il marciapiede alla fine sembra una scacchiera.
I due punti di raggruppamento sono in chiara concorrenza tra loro. Si trattano con cortesia e rispetto ma in realtà sono due compagini che si dividono lo stesso terreno, pronte entrambe a fare fuoco al primo sgarro, al primo sguardo allusivo, alla prima parola equivoca. Nell’ambiente il malinteso era sempre in agguato.

Il forestiero che si trova a passare da quelle parti è scrutato con sospetto, studiato per capirne le intenzioni. L’altro giorno ho visto una donna suonare al citofono di fronte e il vicino uscire e fermarsi a chiacchierare con lei. Dopo una decina di minuti mi sono accorto che erano tutti fuori, appollaiati come condor con gli occhi puntati su di loro in attesa di sbranare la carcassa. La malcapitata, terminata la strada, deve aver avuto la sensazione di aver appena fatto una lastra, non immaginando che sarebbe stata argomento tra gli argomenti della prossima adunata.

Nei punti in cui si formano questi raduni spontanei, si celebra il sacro rito della condivisione, soprattutto quello dei cacchi altrui, ma c’è un momento che nessuno vorrebbe perdersi mai, soprattutto io: l’apparizione della vicina, una ragazza dell’est di circa 25 anni, che con questa calura d’agosto ogni giorno si dà appuntamento davanti al tubo di gomma. Una doccia in giardino in reggiseno e perizoma. Per lei è talmente naturale che se la canticchia pure. Io invece rimango per un quarto d’ora a pulire la stessa finestra. Mezz’ora dopo è sul balcone a stendere la biancheria e mi tocca pulire anche la finestra di fronte. Qualcuno, solo per questo, potrebbe pensare che io sia un buon partito da sposare.

Oggi il pensionato spazza il cortile davanti ai garage e raccoglie 14 viti piccole, 2 grandi, 16 rondelle, 4 chiodi, 6 bulloni e 3 graffette arrugginite; le mette in fila e urla nell’etere che potrebbero bucare una ruota. Poi si trasferisce vicino ai cassonetti per pulire l’immondizia straripata dalle buste, abbandonate in malo modo, e urla nuovamente di imparare a fare la raccolta differenziata. Nessuno risponde mai.

A sera, mentre le sedie di plastica e le sdraio di tela rientrano nelle rispettive abitazioni, quattro ragazze vicine di casa, tutte separate, si dirigono verso una macchina parcheggiata. Vogliono provare un nuovo locale di tendenza appena aperto sulla spiaggia, con il pavimento di legno, tende trasparenti che creano un po' di intimità, musica a palla, cuscini a terra e incensi vari. Praticamente potresti essere in qualunque posto della terra, tanto il mare non si vede e non si sente. I figli sono stati affidati a nonni, televisori e playstation, non necessariamente in quest’ordine. I padri, questi strani inevitabili incidenti, orbitano intorno agli affari loro e non possono essere presi in considerazione. Quella che guida ci tiene a specificare che da poco se lo è ripreso in casa dopo la separazione, ma che adesso quasi quasi lo caccia di nuovo.

Le pareti delle case sono sottili, si sente tutto, ma proprio tutto. Le liti, come le riappacificazioni sono patrimonio comune. Più le liti però. L’altro giorno lei chiedeva i soldi a lui, che ha cominciato ad alzare la voce. Non capiva perché fosse necessario spendere tutti quei soldi per il figlio. Era il loro regalo di maturità per il ragazzo, uscito col massimo dei voti, aveva spiegato lei. «Sti cazzi, ha fatto il suo dovere» aveva risposto lui.
Quello di sopra litiga con quello del terzo piano perché il cane abbaia. Quello del primo piano litiga con quella del secondo perché usa le ciabatte con i tacchetti alle sei del mattino. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce anche con me nascosto nel suo appartamentino, perché sanno che può essere pericoloso prendersela con una montagna di muscoli. Non mi conoscono abbastanza.

Vengo dalla Romania e la gente qui mi chiama Cezar. Non è il mio vero nome, quello è rimasto al mio paese insieme a vecchie storie, l’inferno che ho voluto lasciarmi alle spalle. Pochi sono gli amici. Per vivere e mandare un po’ di soldi ai miei, devo arrangiarmi. Resisto, anche per me ci sarà un futuro migliore. Riesco ad andare avanti con questa convinzione, con questo credo.
La donna che dorme nel mio letto si chiama Loretta è italiana e fa l’estetista, ha un negozio qui nel quartiere. Sono andato da lei perché dovevo cancellare due tatuaggi, uno sul braccio ed uno sulla gamba. Lei si è offerta di farmi anche la ceretta, dicendo che gli uomini con i peli sulle spalle perdono metà del loro fascino.
Dalla sua piccola tivù mi ha mostrato gli atleti dei mondiali di nuoto.
«Guarda che fisici, neanche un pelo. Ma te li immagini con la schiena coperta di peluria». No, non me li immaginavo. In realtà non ci avevo mai pensato. Mica sono un campione di nuoto. «Ahi! Ma che fai?»
«Rilassati, ecco guarda qua, non li avevi mai notati eh? Ma non preoccuparti ora togliamo tutto, puliamo per bene. Vedrai alla fine anche tu non potrai credere ai tuoi occhi».
Più che non credere ai miei occhi, guardai i suoi: gli occhi neri e profondi di una bella donna, della mia donna.
Ha deciso di curare il mio aspetto, piccole cose: una camicia a tinta unita piuttosto che a quadri, il giubbotto marrone piuttosto che blu con righe bianche sulle maniche, niente più berretto di lana e calzini bianchi.
Ha combinato qualcosa anche alle mie sopracciglia e ora la gente non si scansa più come prima.

Fa molto caldo stanotte e abbiamo lasciato tutte le finestre aperte. Bacio la spalla liscia e profumata della mia donna che dorme tranquilla e mi alzo, tanto non riesco a chiudere occhio. Mi metto comodo sulla sedia a sdraio che entra a stento sul balconcino e mi godo il fresco e l'umidità notturna, il buio, il silenzio... Penso al mio paese e alla mia nuova vita: non è ancora tempo per fare bilanci. Quasi ci starebbe bene una sigaretta, ma ho smesso e, mentre penso agli affari miei – o anche a nulla – vedo il cane della vicina, quel coso peloso e antipatico, frugare nella siepe... e la cosa mi incuriosisce anche se non so perché.

Da domani dovrò mettere la sveglia. Il folle dal buongiorno assassino aveva aumentato la dose: era passato a scandire anche le ore del giorno. Ho sentito parlare di casa di cura, d’ospedale psichiatrico. Non ho saputo altro. Eppure al mattino mi mancano quelle urla, ma mi mancherebbe di più la doccia col tubo di gomma.

domenica 21 febbraio 2010

Passo palla a Aldo!!!

Ciao a tutti, quello qui sotto, nel post precedente, è il risultato della mia manomissione.
Aldo lascio il gioco a te,
saluti
Anna

La Strada

Non frugavo tra le sue cose, cercavo solo la sveglia. Da domani dovrò metterla per svegliarmi. Il folle dal buongiorno assassino aveva aumentato la dose: era passato a scandire anche le ore del giorno. Ho sentito parlare di casa di cura, d’ospedale psichiatrico. Non ho saputo altro. «Assassini»! Urlava. «Cacchio già le otto!», invece erano ancora le sei. Si era svegliato prima e aveva deciso di portarsi avanti con il lavoro. Tutte le mattine ci dava l’alzata, affacciandosi al balcone e benedicendo la comunità con il suo personale saluto. Mi ricorda qualcuno. Ormai gli sono affezionati qui nel quartiere, ha conquistato il perdono di tutti. Lui.

La strada è una specie di paese, perché vissuta come un prolungamento dei cortili delle case. Già dalla mattina, lungo il marciapiede, è solito veder spuntare qualche sedia, cui se n’aggiungono altre durante il giorno, tanto che il marciapiede alla fine sembra una scacchiera. Due i punti di raggruppamento in chiara concorrenza tra loro. Si trattano con cortesia e rispetto ma in realtà sono due compagini che si dividono lo stesso terreno, pronte entrambe a fare fuoco al primo sgarro.

Il forestiero che si trova a passare da quelle parti è scrutato con sospetto, studiato per capirne le intenzioni. L’altro giorno ho visto una donna suonare al citofono di fronte e il vicino uscire e fermarsi a chiacchierare con lei. Dopo una decina di minuti mi sono accorto che erano tutti fuori appollaiati come condor con gli occhi puntati su di loro in attesa di sbranare la carcassa. La malcapitata, terminata la strada, deve aver avuto la sensazione di aver appena fatto una lastra.

Nei punti in cui si formano questi raduni spontanei, si celebra il sacro rito della condivisione, soprattutto quello dei cacchi altrui, ma c’è un momento che nessuno vorrebbe perdersi mai, soprattutto io: l’apparizione della vicina, una ragazza dell’est di circa 25 anni, che con questa calura d’agosto ogni giorno si dà appuntamento davanti al tubo di gomma. Una doccia in giardino in reggiseno e perizoma. Per lei è talmente naturale che canticchia pure. Io invece rimango per un quarto d’ora a pulire la stessa finestra. Mezz’ora dopo è sul balcone a stendere la biancheria e mi tocca pulire anche la finestra di fronte.
Al mattino mi mancheranno le urla del folle, ma mi mancherebbe di più la doccia col tubo di gomma.

Oggi il pensionato spazza il cortile davanti ai garage e raccoglie 14 viti piccole, 2 grandi, 16 rondelle, 4 chiodi, 6 bulloni e 3 graffette arrugginite; le mette in fila e urla nell’etere che potrebbero bucare una ruota. Poi si trasferisce vicino ai cassonetti per pulire l’immondizia straripante, raccoglie le buste abbandonate in malo modo, e urla nuovamente di imparare a fare la raccolta differenziata. Nessuno risponde mai.

A sera, mentre le sedie di plastica o le sdraio di tela rientrano nelle rispettive case, quattro ragazze vicine di casa, tutte separate, si dirigono verso una macchina parcheggiata. Vogliono provare un nuovo locale di tendenza appena aperto sulla spiaggia, pavimento di legno, tende trasparenti, musica a palla, cuscini a terra e incensi vari. Praticamente potresti essere in qualunque posto della terra, tanto il mare non si vede e non si sente. I figli sono stati affidati a nonni, televisori e playstation, non necessariamente in quest’ordine. I padri, questi strani inevitabili incidenti, orbitano intorno agli affari loro e non possono essere presi in considerazione. Quella che guida ci tiene a specificare che da poco se lo è ripreso in casa dopo la separazione, ma che adesso quasi quasi lo caccia di nuovo.

Le pareti delle case sono sottili, si sente tutto, ma proprio tutto. Le liti, come le riappacificazioni sono patrimonio comune. Più le liti però. L’altro giorno lei chiedeva i soldi a lui, che ha cominciato ad alzare la voce. Non capiva perché fosse necessario spendere tutti quei soldi per il figlio. Lei disse che era il loro regalo di maturità per il ragazzo, uscito col massimo dei voti. Lui risponde «Sti cazzi, ha fatto il suo dovere». Quello di sopra litiga con quello del terzo piano perché il cane abbaia. Quello del primo piano litiga con quella del secondo perché usa le ciabatte con i tacchetti alle sei del mattino. Ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce anche con me, nascosto nel suo appartamentino, perché sanno che può essere pericoloso prendersela con una montagna di muscoli. Non mi conoscono abbastanza.
Vengo dalla Romania e la gente qui mi chiama Cezar, non è il mio vero nome, quello è rimasto al mio paese. Pochi sanno la mia storia, pochi sono gli amici. Per vivere devo arrangiarmi. Resisto, anche per me ci sarà un futuro migliore. La donna che dorme nel mio letto si chiama Loretta è italiana e fa l’estetista, ha un negozio qui nel quartiere. Sono andato da lei perché dovevo cancellare due tatuaggi, uno sul braccio ed uno sulla gamba. Lei si è offerta di farmi anche la ceretta, dicendo che gli uomini con i peli sulle spalle perdono metà del loro fascino.
Dalla sua piccola tivù mi ha mostrato gli atleti dei mondiali di nuoto.
«Guarda che fisici, neanche un pelo. Ma te li immagini con la schiena coperta di peluria». No, non me li immaginavo. In realtà non ci avevo mai pensato. Mica sono un campione di nuoto.
«Ahi! Ma che fai?»
«Rilassati, ecco guarda qua, non li avevi mai notati eh? Ma non preoccuparti ora togliamo tutto, puliamo per bene. Vedrai alla fine anche tu non potrai credere ai tuoi occhi».Più che non credere ai miei occhi, guardai i suoi. Neri e profondi, di una bella donna, niente male davvero. Ha deciso di curare il mio aspetto, piccole cose: una camicia a tinta unita piuttosto che a quadri, il giubbotto marrone piuttosto che blu con righe bianche sulle maniche, niente più cappelletto di lana e calzini bianchi. Ha combinato qualcosa anche alle mie sopracciglia e ora la gente non si scansa più come prima.

Quello che ho trovato cercando la sveglia l’ho rimesso tutto a posto. Mi chiedo come sia venuta a conoscenza di certe cose. L’altro giorno mi ha detto che questo fine settimana sarebbe andata a Bologna tre giorni per un corso di aggiornamento ed ora scopro per le stese date i biglietti arerei di andata e ritorno per Bucharest e quell’articolo di giornale con il mio nome la mia foto di un tempo. Pensavo proprio di essermi lasciato tutto alle spalle. Non ho voglia di chiederle nulla per me è una storia vecchia e dimenticata.

Mi sveglio prima dell'alba, sognando di sentire il folle che urla: «Assassini!» Possibile che quest'uomo debba rompermi le scatole anche ora che non c'è? Epperò un'inquietudine strana mi prende e non riesco più a dormire. Fa molto caldo stanotte e Loretta ed io abbiamo lasciato tutte le finestre aperte. Bacio la spalla liscia e profumata della mia donna che dorme tranquilla e mi alzo, tanto non riesco a chiudere occhio. Mi metto comodo sulla sedia a sdraio che entra a stento sul balconcino e mi godo il fresco e l'umidità notturna, il buio, il silenzio. Quasi ci starebbe bene una sigaretta, ma ho smesso ... Mentre penso agli affari miei – o anche a nulla – vedo il cane della vicina, quel coso peloso e antipatico, frugare nella siepe e la cosa mi incuriosisce anche se non so perché.

La luce del giorno si fa' strada, albeggia. Ha rinfrescato mi rinfilo nel letto nella speranza di riuscire a dormire un po'. In fondo la storia è tutta raccontata in quell’articolo, lei sa già. Mi sorprende non essermi accorto di nulla. Non la facevo così coraggiosa, andare fino li giù da sola, non conosce la lingua non c’è mai stata prima Se vuol sapere del mio inferno prima di oggi, bene, si accomodi pure.
Mi alzo e preparo la colazione mentre lei si gira nel letto. Tra poco gli racconterò la mia versione, la vera storia.

Spalma la marmellata sulla fetta di pane tostato, la bocca si apre mentre guarda quello che le ho messo davanti.
Resta così. «Ma, che … hai frugato tra le mie cose».
«Cercavo la sveglia».
«Ma come ti permetti Cezar, cosa vuoi dire con questo? Io non ti ho chiesto niente, mai. Sono cose che ho scoperto per caso ascoltando i tuoi connazionali mentre di nascosto parlano di te, pensano che io non capisca niente, neanche tu lo sai volevo fosse una sorpresa. Sto andando a un corso di lingua, vi capisco Cezar. Volevo andare li per farmi una mia idea delle cose». Le trema la voce il volto è tutto arrossato anche il collo, gli occhi mi fissano intensi, ha la bocca semichiusa, mi verrebbe da baciarla e consolarla.
«Non serve che vai fino li, la storia la saprai direttamente da me».
«Come hai letto lì ero un dirigente in quella fabbrica di vernici. Tutto. L’inquinamento della zona e i residui tossici abbandonati nel fiume è’tutto vero, ma non è accaduto così, lo hanno detto per coprire le vere colpe».
«Qui dicono che tu eri al corrente»
«Quando uscì quell’articolo. Ero all’estero, avevo già abbandonato il paese e cercato una nuova identità.
La nostra fabbrica era il fiore all’occhiello della regione, occupava la maggior parte degli abitanti, tutti noi eravamo impegnati al massimo ed i protocolli di sicurezza erano molto severi. All’inizio degli anni 2000 sono arrivati gli investitori esteri, l’amministratore ha stipulato contratti in cui si impegnava per certi risultati di crescita economica. Nessuno di noi ha capito le loro manovre fino a quando non hanno cominciato a pretendere altri ritmi di produzione, e noi eravamo tutti forsennatamente all’inseguimento del risultato. Non potrò mai dimenticare quel 21 febbraio del 2002 era giovedì. Quella mattina sono arrivate diverse cisterne con prodotti chimici per la produzione, li inviavano i nuovi soci europei. L’area dedicata allo stoccaggio era stata designata direttamente dall’amministratore, due padiglioni da 5'000 metri quadrati ciascuno. Allo scarico non partecipò nessuno dello stabilimento, chiesi come mai l’amministratore mi zitti dicendo che si trattava di prodotti speciali gestiti direttamente dai nostri soci. Nei giorni successivi continuarono ad arrivare cisterne, ma nessun prodotto usciva da quegli edifici. Mi decisi ed andai a vedere, le persone che si avvicinavano alle cisterne erano vestite di materiale giallo o argento da testa a piedi, dalle cisterne uscivano tubi flessibili con delle grandi bocchette che venivano avvitate sui contenitori stagni posti in fila uno dietro l’altro su tutta la superficie dei padiglioni, non appena l’operazione era conclusa qualcuno dava il via e il prodotto veniva spruzzato dentro a pressione. Avevo visto cose del genere solo in televisione quando parlano di scorie radioattive».
«L’articolo non parla si scorie radioattive».
«Hanno messo tutto a tacere. Quando ho scoperto il deposito ho cercato in tutte le maniere prima di farli ragionare poi di denunciare l’accaduto, ma hanno minacciato prima me e poi la mia famiglia, sono arrivati fino a mio padre mia madre, hanno quasi ucciso mio fratello mia moglie ha preso nostro figlio ed è sparita, così dal giorno alla notte, non ho più una famiglia li hanno terrorizzati e mi hanno costretto ad abbandonarli».
«Cezar, mi dispiace». In un attimo è volata ad abbracciarmi.